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FARANEWS
ISSN 15908585
MENSILE DI
INFORMAZIONE CULTURALE
a cura di Fara Editore
1. Gennaio 2000
Uno strumento
2. Febbraio 2000
Alla scoperta dell'Africa
3. Marzo 2000
Il nuovo millennio ha bisogno di idee
4. Aprile 2000
Se esiste un Dio giusto, perché il male?
5. Maggio 2000
Il viaggio...
6. Giugno 2000
La realtà della realtà
7. Luglio 2000
La "pace" dell'intelletuale
8. Agosto 2000
Progetti di pace
9. Settembre 2000
Il racconto fantastico
10. Ottobre 2000
I pregi della sintesi
11. Novembre 2000
Il mese del ricordo
12. Dicembre 2000
La strada dell'anima
13. Gennaio 2001
Fare il punto
14. Febbraio 2001
Tessere storie
15. Marzo 2001
La densità della parola
16. Aprile 2001
Corpo e inchiostro
17. Maggio 2001
Specchi senza volto?
18. Giugno 2001
Chi ha più fede?
19. Luglio 2001
Il silenzio
20. Agosto 2001
Sensi rivelati
21. Settembre 2001
Accenti trasferibili?
22. Ottobre 2001
Parole amicali
23. Novembre 2001
Concorso IIIM: vincitori I ed.
24. Dicembre 2001
Lettere e visioni
25. Gennaio 2002
Terra/di/nessuno: vincitori I ed.
26. Febbraio 2002
L'etica dello scrivere
27. Marzo 2002
Le affinità elettive
28. Aprile 2002
I verbi del guardare
29. Maggio 2002
Le impronte delle parole
30. Giugno 2002
La forza discreta della mitezza
31. Luglio 2002
La terapia della scrittura
32. Agosto 2002
Concorso IIIM: vincitori II ed.
33. Settembre 2002
Parola e identità
34. Ottobre 2002
Tracce ed orme
35. Novembre 2002
I confini dell'Oceano
36. Dicembre 2002
Finis terrae
37. Gennaio 2003
Quodlibet?
38. Febbraio 2003
No man's land
39. Marzo 2003
Autori e amici
40. Aprile 2003
Futuro presente
41. Maggio 2003
Terra/di/nessuno: vincitori II ed.
42. Giugno 2003
Poetica
43. Luglio 2003
Esistono nuovi romanzieri?
44. Agosto 2003
I vincitori del terzo Concorso IIIM
45.Settembre 2003
Per i lettori stanchi
46. Ottobre 2003
"Nuove" voci della poesia e senso del fare letterario
47. Novembre 2003
Lettere vive
48. Dicembre 2003
Scelte di vita
49-50. Gennaio-Febbraio 2004
Pubblica con noi e altro
51. Marzo 2004
Fra prosa e poesia
52. Aprile 2004
Preghiere
53. Maggio 2004
La strada ascetica
54. Giugno 2004
Intercultura: un luogo comune?
55. Luglio 2004
Prosapoetica "terra/di/nessuno" 2004
56. Agosto 2004
Una estate vaga di senso
57. Settembre2004
La politica non è solo economia
58. Ottobre 2004
Varia umanità
59. Novembre 2004
I vincitori del quarto Concorso IIIM
60. Dicembre 2004
Epiloghi iniziali
61. Gennaio 2005
Pubblica con noi 2004
62. Febbraio 2005
In questo tempo misurato
63. Marzo 2005
Concerto semplice
64. Aprile 2005
Stanze e passi
65. Maggio 2005
Il mare di Giona
65.bis Maggio 2005
Una presenza
66. Giugno 2005
Risultati del Concorso Prosapoetica
67. Luglio 2005
Risvolti vitali
68. Agosto 2005
Letteratura globale
69. Settembre 2005
Parole in volo
70. Ottobre 2005
Un tappo universale
71. Novembre 2005
Fratello da sempre nell'andare
72. Dicembre 2005
Noi siamo degli altri
73. Gennario 2006
Un anno ricco di sguardi
Vincitori IV concorso Pubblica con noi
74. Febbraio 2006
I morti guarderanno la strada
75. Marzo 2006
L'ombra dietro le parole
76. Aprile 2006
Lettori partecipi (il fuoco nella forma)
77. Maggio 2006
"indecidibile santo, corrotto di vuoto"
78. Giugno 2006
Varco vitale
79. Luglio 2006
“io ti voglio… prima che muoia / rendimi padre” ovvero
tempo, stabilità, “memoria”
79.bis
I vincitori del concorso Prosapoetica 2006
80. Agosto 2006
Personaggi o autori?
81. Settembre 2006
Lessico o sintassi?
82. Ottobre 2006
Rimescolando le forme del tempo
83. Novembre 2006
Questa sì è poesia domestica
84. Dicembre 2006
La poesia necessaria va oltre i sepolcri?
85. Gennaio 2007
La parola mi ha scelto (e non viceversa)
86. Febbraio 2007
Abbiamo creduto senza più sperare
87. Marzo 2007
“Di sti tempi… na poesia / nunnu sai mai / quannu finiscia”
88. Aprile 2007
La Bellezza del Sacrificio
89. Maggio 2007
I vincitori del concorso Prosapoetica 2007
90. Giugno 2007
“Solo facendo silenzio / capisco / le parole / giuste”
91. Luglio 2007
La poesia come cura (oltre il sé verso il mondo e oltre)
92. Agosto 2007
Versi accidentali
93. Settembre 2007
Vita senza emozioni?
94. Ottobre 2007
Ombre e radici, normalità e follia…
95. Novembre 2007
I vincitori di Pubblica con noi 2007 e non solo
96. Dicembre 2007
Il tragico del comico
97. Gennaio 2008
Open year
98. Febbraio 2008
Si vive di formule / oltre che di tempo
99. Marzo 2008
Una croce trafitta d'amore
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Numero 95
Novembre 2007
Editoriale:
I vincitori di Pubblica con noi 2007 e non solo
Questo numero diffonde il risulati della VI
edizione del nostro concorso dedicato a raccolte di poesie e racconti
(i vincitori saranno pubblicati prossimamente in un volume collettaneo
per i nostri tipi).
Per la sezione poesia hanno vinto:
1° Giovanni Turra Zan di Dueville (TV) con Il
lavoro del luogo
2° Vincenzo D'Alessio di Montoro Inferiore (AV)
con Padri della terra
3° ex aequo Francesco Accattoli di Osimo
(AN) con Un tramonto Sommario e Rita Giurastante
di Pescara con Schegge di fuoco
Menzionati: Serafina Tarantini (Milano), Gabriella Bianchi
(Perugia), Costantino Loprete (Salerno), Stefano Bianchi, Cristina Rosetti
(Baccucco, RO), Stefano Leoni (Forlì)
Per la sezione racconto hanno vinto:
1° Camilla Jagna Ugolini Mecca di Verona con
Il paradiso è un cul-de-sac
2° Oreste Bonvicini di Casal Cermelli (AL) con
La misura quotidiana delle parole
3° Giuseppe Acconcia di Salerno con Un
inverno di due giorni e altri racconti
Per dettagli, giudizi critici dei giurati
(che ringraziamo per l'ottimo e competente lavoro svolto) e notizie
sui vincitori rimandiamo alla pagina
dedicata.
Ma questo numero vi offre anche le nuove intrusive e un
po' caustiche poesie di Mary Leela Peverelli, una selezione
della suggestiva raccolta Lampioni di Domenico
Cipriano, alcune variazioni poetiche di Enrica Musio
molto liberamente ispirate ad alcuni versi di Corrado Benigni, e una
profonda introduzione alla lectio divina di padre Bernardo
Maria Gianni.
Qualcuno
- Forse cercavi
di Mary
Leela Peverelli
QUALCUNO
Primo frutto di un reato d’amore
Fumo rifiuto
tra le lenzuola
Il corpo se n’è andato
senza avere iniziato
Mio
umano
destino
Non bastan smalto o tacchi
sindrome da anoressica mangi
il melograno
Persefone rapita
bambina
perché l’amore viva
solo l’abisso
Ma Ade era un dio
lo cerco nell’Ulisse
che entra nell’albergo
quando il simbolo è assente
un vuoto
che ad ogni ciclo si fa presente
Così
accade che divento
piccione migratore del virtuale
stacco piume perché vedo le uova
senza radici cadere nel mare
Il truccato alter ego del mistero
mi fa sentire
uno straniero
Pulsa la luce
protetta
da pelle
Mi nascondo per non sentirmi eretica
Qualcuno traduca
il mio non capire questa colpa nell’esistere
Per i miei occhi, per le mie mani, per la mia gola
Traduce chi seduce
la libertà del cuore
Tua voce di conchiglia
***
Il cane non crede nell’abbandono
La mia voce bambina
grida
dalla cantina
“Venga qualcuno!”
ma
qualcuno senza nome
lascia in prigione
L’aguzzino che
vuole solamente riconoscenza
priva la culla giusta
in
partenza
Il domino vittime
nel passaggio del testimone fa cascare
e ogni porta cela disavventura
Livido dell’omertà famigliare
dove il voglio e non voglio
di oniriche dormienti
sorrette da ragione
che scambian l’occhiolino
divise da guanciali
complici di sé
ti obbligan sempre più a sprofondare
dicendo di far per tre
(volevo
aiutare
ma…
“La paura e il desiderio,
sono l’unica cosa che la “vita” abbia regalato,
perché li vuoi togliere?”
ero
solo smarrita)
E allora!
Aspetto il tuo ritorno
Il cane non crede nell’abbandono
Mi sarò solo persa?
E allora!
Le lacrime trattengo
scoprendoti poi Nome
cantina del Silenzio
dove
Patria
è
**
FORSE CERCAVI
senza ragione
le barche alla deriva
nell’illusione
Io e le mie amiche – agli uomini infedeli
Come fa un archetipo ad essere personale?
Se vuoi un principe azzurro, lo dividi con tutte le altre.
Per esser riconosciuta Afrodite
ci scanniamo dopo sguardi d’amore
tra amiche
“Amica?! Hai visto come sono fica?!”
(Clap! Clap! Clap!)
Il mio pubblico sei tu
mia nemica di cuori
Madre Sorella
Zitella!
Come per l’intelligenza, l’anima
noi ne usiamo solo il 20%
Ma tanto si sa:
stupida è bella!
Perché
bella e intelligente
è
l’ossimoro perdente
***
Io e le mie amiche
al nostro personaggio e al suo difficile rapporto con la ricerca
Pettini bambole in giorni di festa
Mesta maestra!
Madre bambina
Il sole si impicca sotto la quercia
Cantilena morente
Del tempo
Fremente
Di ragni, per trama e orditi, cadendo
Scarti fili invertiti
Ma risalendo inciampi in eruditi
Citofoni a google signore del web
Schiacci con bramosia nome e bottone
Forse cercavi…

Mary
Leela Peverelli è nata a Bhimavaram (India) nel 1975, adottata,
vive a Cadorago in provincia di Como. Dopo aver conseguito il
diploma di grafica e illustrazione presso l’Istituto
Europeo di Design, ha lavorato come web designer per il Politecnico
di Milano. È stata protagonista del cortometraggio “Acque”,
realizzato
per conto del Settore Sviluppo e Ricerca Mediaset, premiato nel 1999
al Genova Film Festival. Ha lavorato come operatrice al montaggio
a diversi cortometraggi, tra cui “Due dollari al chilo”,
presentato alla 57° Edizione del Festival Internazionale del Cinema
di Venezia
e “La sera dell’ultima”, vincitore al Festival Annecy
Cinéma Italien 2004. Nel 2006, con lo pseudonimo di Leela Marampudi,
appare come autrice del racconto “Kamala”, selezionato nell’ambito
del concorso letterario “Lo Sguardo dell’Altro” indetto
da Traccediverse Editore. Nel 2006 ha pubblicato Mal
bianco, il suo primo romanzo. Altre sue poesie in farapoesia.
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da
Lampioni
raccolta pubblicata nell'antologia Da Napoli / Verso
(almanacco di poesia) a cura di Antonio Spagnuolo e Stelvio Di Spigno,
Kairos edizioni, 2007
di Domenico
Cipriano
“Le cose, riflettei, sono meno fragili delle persone. Le cose
sono lo specchio immutabile in cui osserviamo la nostra disgregazione.”
(da Utz di Bruce Chatwin)
Lampioni 1
Sono come tutto il mondo
un simbolo, un segno che gratifica
il pensiero, un caldo gemito
creato dal nero.
(Na-Av, 7.1.2002)
Lampioni 4
È impossibile contarli tutti
se riescono a illuminare
la vallata, sono formiche
senza movimento ma al lavoro.
Si spengono per negata
energia, morte naturale
di una vecchia lampadina,
occorre un by-pass di scorta
per superare la notte.
(Na-Av, 23.1.2002)
Lampioni 7
C’è il buio tra partenza
e arrivo, il nero privo
delle luci. Un vuoto
da colmare col pensiero
in cui disegno una candela,
così chiudo la notte
nella cera e il freddo
ne custodisce la forma.
(Na-Av, 25.1.2002)
Lampioni 8
La campagna si apre profonda
segnata dal fuoco del lampione
e misuri la distanza attraversata
dagli alberi in penombra, un muro
per i volti di casolari spenti.
Potrebbe nascondersi una vita
lì, nella penombra, una candela accesa
al lume di una lampadina.
(Na-Av, 28.1.2002)
Lampioni 9
Si presenta nella notte
l’atollo di luci arancio
creato dal flusso di corrente,
disegna il nuovo paesaggio
con montagne cancellate dal nero
e la vallata che si appropria della vita.
Ma so che vivi anche nel livore
della notte e grumi di luci sospese
ti sorvegliano in penombra.
(Na-Av, 07.02.02)
Lampioni 10
Sono stelle distribuite in terra
nei luoghi che ospitano amici,
se ne collego i punti disegno
immagini multiformi, una bocca
che mastica i pensieri, perché
muovo il labbro negli spostamenti
e ovunque una lampadina segnaposto
indica dove si colloca la vita.
Così la notte ci scostiamo
e chiediamo aiuto ai lampioni
di resistere, qualche guardiano
tiene in vita il respiro.
(Na-Av, 12.3.2002)
Lampioni 11
Così (poco a poco) muto
nei passaggi lungo l’autostrada
ma è sempre il tempo infido
che ne raccoglie le briciole
le sparge senza numerarle.
Pezzi di me spesi tra le onde
delle luci sui campi
si incuneano lungo la fronte.
Vedi, le rughe che non avevo
sono una sottrazione di particelle:
fotoni della luce perduta
dei sonnambuli lampioni.
(Na-Av, 29 aprile 2002)
Lampioni 18
Sono arroccate a gruppi
o sparse lungo la vallata
infaticabili lucciole custodi
della notte. C’è sempre
un saluto silenzioso, racchiuso
nella ruga momentanea
al bordo dell’occhio, un arrivederci
al giorno successivo.
(Na-Av, 24.1.2002)
Lampioni 20
Guardiamo dall’alto i punti indistinti
minuscole luci sparse
secondo disegni planimetrici,
figure geometriche concatenate
e invisibili agli uomini. Respirano
ignari sotto le catene luminose
violando il patto sancito col corpo.
(Na-Av, 3 aprile 2002)
Domenico Cipriano www.domenicocipriano.it
è nato nel 1970 a Guardia Lombardi (AV), vive in Irpinia. Già
vincitore del premio Lerici-Pea 1999 per l’inedito, ha pubblicato
la prima raccolta organica dal titolo Il continente perso (Roma,
Fermenti, 2000; 2a ed. 2001), con introduzione di Plinio Perilli e nota
del musicista jazz Paolo Fresu (libro vincitore del premio Camaiore
“Proposta” 2000 e segnalato al premio Eugenio Montale 2000).
La Stamperia d’Arte «PulcinoElefante» ha pubblicato,
nel giugno 2001, il testo L’assenza (in 33 copie) con foto a cura
di Enzo Eric Toccaceli. Interessato al connubio Jazz e Poesia è
inserito nell’antologia della poesia in jazz in Italia, Swing
in versi, a cura di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi (Lampi
di stampa, Milano, 2004) e ha dato vita, insieme all’attore Enzo
Marangelo e al pianista Enzo Orefice, al progetto “JP band”
da cui il CD Le note richiamano versi (Abeatrecords, 2004), con sezione
ritmica di Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti. È presente nei
volumi collettanei 4 poets (Il Filo, Roma, 2003) e 7 poeti
campani (Orizzonti Meridionali ed., Cosenza, 2006) e in varie antologie,
si ricordano: Melodie della Terra, a cura di Plinio Perilli
(Crocetti, Milano, 1997), L’altro Novecento, a cura di
V. Esposito (Bastogi, Foggia 1999), La poesia in Campania,
a cura di G.B. Nazzaro (Marcus ed., Napoli, 2006), Da Napoli / verso,
a cura di A. Spagnuolo e S. Di Spigno (Kairòs, Napoli, 2007).
Poesie, interventi e recensioni ai suoi lavori, sono apparse su varie
riviste. È redattore delle riviste «Sinestesie» e
«Il Madrigale» e collabora alla rivista «La Mosca
di Milano». Ha ideato e curato numerosi eventi di poesia in Irpinia.
Per contatti: dcipriano@tiscali.it e info@domenicocipriano.it

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Libere variazioni
su alcune poesie di Corrado Benigni
di Enrica
Paola Musio
STELLA SOLO BUIA
Sanguina questa tua luce,
nella miseria di mani
dimmi mai chi solo custodisce
questa tua fama di nome
che tutti ormai
pronunciano
invano
questi anni
tu buia stella
che fai il conto dei giorni
e che sorvegli solo di passi
vertigine
e tanto silenzio
attesa
che scava in vena.
(a paolo calissano)
Variazione di Stella buia
A BATTESIMO
La luce contraria,
risalgo nella distanza
la vostra voce appena
incenerita
i silenzi che si allungano
al di qua del battesimo
in questo padre del tempo
che chiamiamo
ancora inizio.
(a cesare tommasini e a suoi figli gemelli francesco e Lorenzo)
Variazione di Battesimo
SOLO SCONOSCIUTO
Il tempo mai lava le cose,
foglie sbriciolate dalle pietre
all’improvviso
la solitudine di una mano
che chiede
pietà di uno sconosciuto
che si fa incontro a noi
a chi spera nella nudità.
Variazione de Lo sconosciuto
Una parola mi strappa,
solo il sonno
alle mani
una luce che tanto mi penetra
alla mia nudità
dove un rogo del silenzio
brucia
l’ombra spezzata
all’uscio
vedrai solo
al mio riparo.
Variazione di Uscio.
UN VIAGGIO NUOVO
Chi ci esce dalle macerie del sonno,
accende solo un sangue
al tremito
del viaggio nuovo
l’ombra in curva sud
accelera dei passi
mentre il tempo
avanzi
come un pallone
ben cerchiato.
Variazione di Nuovo viaggio
CENERE DI STELLE
Un silenzio oscilla alla mia carne,
polvere bianca che lacera un tuo respiro
ci inghiotte il tempo
nella velocità dei propri urli
cenere e stelle
tendono le mani
l’attesa
della luce che viene alla ruggine.
(a paolo calissano)
Variazione di Cenere e stelle

Enrica
Musio è nata a Santarcangelo nel 1966. La sua prima pubblicazione,
la silloge “Sarà da poeti il futuro” è stata
inserita in Antologia
Pubblica (Fara 2005). Nel 2006 ha pubblicato con Fara Dediche
sillabiche.
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Riflessione
sul brano del Vangelo di Luca 4,14-30
la lectio divina settimanale all’Abbazia di San Miniato
al Monte
di Bernardo
Francesco Maria Gianni (v. anche qui)
Ti cerco nelle radici della mia pena,
nella notte dei sensi,
nel bagliore che accende
la mente e il cuore.
Disperi la mia vita.
Non sei mai bella come la struggente
volontà di cercarti.
Né semplice come la roccia,
l’acqua, lo stelo.
Né vera come l’anima che manifesti.
Ma sei tutto, parola:
dolore dell’uomo,
amore di Dio. (Donata Doni)
Secondo il racconto della Vita di San Benedetto che possiamo
leggere nel secondo dei Liber Dialogorum di Gregorio Magno
(+604), il Santo Monaco, conchiuso il suo iniziale periodo di eremitaggio
in uno speco per apprendere l’arte di habitare secum
al cospetto di Dio, scopre una dimensione comunionale e potremmo quasi
dire “catechetica” della sua vocazione monastica. Scrive
Gregorio:
Eodem quoque tempore hunc in specu latitantem etiam
pastores invenerunt. Quem, dum vestitum pellibus inter frutta cernerent,
aliquam bestiam esse crediderunt, sed cognoscentes Dei famulum, eorum
multi ad pietatis gratiam a bestiali mente mutati sunt. Nomen itaque
eius per vicina loca cunctis innotuit, factumque est ut ex illo iam
tempora a multis frequentari coepisset, qui cum ei cibos deferrent corporis,
ab eius ore in suo pectore alimenta referebant vitae (Dial. II,1,8).
Quanto è qui raccontato appare come un tema tipico
della tradizione monastica: l’eremita, inizialmente scambiato
addirittura per un animale tanto intensa è stata l’esperienza
di secessione dalle consuetudini del consorzio umano, viene finalmente
scoperto nella sua verità: egli nella solitudine del deserto
si è fatto uomo libero e la sua libertà è nel servizio
di Dio perché a Lui solo egli appartiene. La sua parola, evidentemente
frutto di preghiera e di assiduità con la Parola del Signore,
non può non suscitare il desiderio dei pastori di abbeverarsene
in abbondanza per ricavare alimento di vita (alimenta… vitae)
per il cuore. Già da questo episodio della vita di Benedetto
da un lato comprendiamo l’intento dell’opera agiografica
di Papa Gregorio che desiderava il coinvolgimento dei monaci del suo
tempo nell’intento di rinnovare l’evangelizzazione in una
chiesa profondamente impoverita di slanci e di testimonianze di santità,
dall’altro possiamo verificare come anche oggi il monachesimo,
per la testimonianza di vita lasciata da uno dei suoi padri più
importanti, non possa sentirsi escluso, certamente nelle forme sue più
peculiari, da un’universale vocazione all’annuncio, alla
missionarietà e alla catechesi che riguarda ogni membra del corpo
ecclesiale. Del resto è fenomeno ampiamente verificato come anche,
e forse soprattutto, gli spazi secolarmente cristianizzati e ritenuti
pertanto bisognosi solo della tradizionale cura animarum, adesso
si mostrino assolutamente bisognosi di una nuova, radicale evangelizzazione
secondo le indicazioni del Magistero di Paolo VI e ancor più
di quello successivo (1). Del resto già Perfectae Caritatis
al numero 5 prescrive molto chiaramente a tutti i religiosi appartenenti
a qualsiasi ordine una ministerialità apostolica, naturalmente
subordinata al primato della contemplazione, anche secondo una ben attestata
tradizione patristica: «è necessario che i membri di qualsiasi
istituto, cercando sopra ogni cosa e unicamente Dio, uniscano la contemplazione,
con cui aderiscono a Dio con la mente e col cuore, e l’ardore
apostolico, con cui si sforzano di collaborare all’opera delle
redenzione e dilatare il regno di Dio». Più specificamente
ancora Perfectae Caritatis a proposito del rinnovamento e dell’aggiornamento
della vita monastica aggiunge al numero 9: «Mantenendo l’indole
caratteristica del proprio istituto, i monaci rinnovino le antiche benefiche
tradizioni e le adattino agli odierni bisogni delle anime, in modo che
i monasteri siano come vivai di edificazione del popolo cristiano».
Il Magistero è poi successivamente tornato con grandissima autorevolezza
a ribadire le linee essenziali del carisma e del ministero monastico
in relazione al bene dell’intero popolo di Dio. Si fa naturalmente
riferimento qui all’esortazione apostolica post-sinodale Vita
Consecrata del 1996 scritta da Papa Giovanni Paolo II che al numero
6, con un’intonazione nettamente esortatoria, tratteggia le linee
essenziali della testimonianza monastica: «Anche i monaci di oggi
si sforzano di conciliare armonicamente la vita interiore e il lavoro
nell’impegno evangelico della conversione dei costumi, dell’obbedienza,
della stabilità, e nell’assidua dedizione alla meditazione
della Parola (lectio divina), alla celebrazione della liturgia,
alla preghiera. I monaci sono stati e sono tuttora, nel cuore della
Chiesa e del mondo, un eloquente segno di comunione, un’accogliente
dimora per colore che cercano Dio e le cose dello spirito, scuole di
fede e veri laboratori di studio, di dialogo e di cultura per l’edificazione
della vita ecclesiale e della stessa città terrena, in un’attesa
di quella celeste». Un altro passaggio della stessa esortazione
apostolica ha cura di precisare meglio la centralità e la fruttuosità
di una radicata consuetudine con la Parola letta, meditata e –come
si dice talvolta- “pregata” e “spezzata” in
una medesima, ideale mensa dove siedono, condividendo le loro esperienze,
attese e speranze, sia religiosi che laici (n. 94):
Di grande valore è la meditazione comunitaria
della Bibbia. Realizzata secondo le possibilità e le circostanze
della vita di comunità, essa porta alla gioiosa condivisone delle
ricchezze attinte alla Parola di Dio, grazie alle quali fratelli e sorelle
crescono insieme e si aiutano a progredire nella vita spirituale. Conviene
anzi che tale prassi venga proposta anche agli altri membri del Popolo
di Dio, sacerdoti e laici, promovendo nei modi consoni al proprio carisma,
scuole di preghiera, di spiritualità e di lettura orante della
Scrittura, nella quale Dio «parla agli uomini come ad amici (cfr.
Es 33,11; Gv 15,14-15) e si trattiene con essi (cfr. Bar 3,38) per invitarli
e ammetterli alla comunione con sé» (Dei Verbum 2). Dalla
meditazione della Parola di Dio, e in particolare dei misteri di Cristo,
nascono, come insegna la tradizione spirituale, l’intensità
della contemplazione e l’ardore dell’azione apostolica.
Sia nella vita religiosa contemplativa che in quella apostolica sono
sempre stati uomini e donne di preghiera a realizzare, quali autentici
interpreti ed esecutori della volontà di Dio, opere grandi. Dalla
frequentazione della Parole di Dio essi hanno tratto la luce necessaria
per quel discernimento individuale e comunitario che li ha aiutato a
cercare nei segni dei tempi le vie del Signore. Essi hanno così
acquisito una sorta di istinto soprannaturale, che ha loro permesso
di non conformarsi alla mentalità del secolo, ma di rinnovare
la propria mente, «per poter discernere la volontà di Dio,
ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).
Tale indicazione sembra recepire in pienezza altri passaggi
della Dei Verbum e in particolare quanto si legge al numero
25:
Parimenti il sacro sinodo esorta con particolare forza
tutti i fedeli cristiani, soprattutto i religiosi, a imparare la “la
sublime scienza di Gesù Cristo” (Fil. 3, 8) con la frequente
lettura delle divine Scritture. “L’ignoranza delle Scritture
infatti è ignoranza di Cristo” (S. Gerolamo, Commento sul
Libro di Isaia, Prol.). Si accostino dunque volentieri al sacro testo,
sia per mezzo della sacra liturgia, ricca di parole divine, sia mediante
la pia lettura, sia mediante iniziative adatte allo scopo e altri sussidi
che oggi lodevolmente si diffondono ovunque con l’approvazione
e la cura dei pastori. Si ricordino però che la lettura della
sacra Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera, affinché
si stabilisca il dialogo tra Dio e l’uomo; infatti “a lui
parliamo, quando preghiamo; lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli
divini. (S. Ambrogio, I doveri, I, 20, 88)
Tutto questo intreccio di citazioni e di richiami al magistero
si giustifica per il solo fatto che questa relazione intende offrire
una breve sintesi relativa ad un’esperienza catechetica nata nell’Abbazia
di San Miniato al Monte oltre 4 anni fa. Essa si inscrive nel solco
della secolare tradizione della lectio divina monastica, che
è lettura attenta e preghiera “contemplativa” della
Sacra Scrittura al fine di raffinare, come ci suggeriva il passaggio
succitato di Vita consecrata, il discernimento del cuore in
ordine ai voleri di Dio nel mosso divenire della nostra storia, sia
essa quella personale, comunitaria, ecclesiale e, possiamo dire con
l’umile audacia che deve caratterizzare il cristiano, sia addirittura
la storia preparata da Dio per tutte le nazioni e tutta l’umanità
(2). Come è noto, si deve al monaco certosino Guigo II (+1188)
una sistemazione di massima dei quattro momenti della lectio divina
secondo la tradizione monastica: nella lettera all’amico Gervaso
egli parla di quattro gradini, corrispondenti alla lectio,
alla meditatio, all’oratio e infine alla contemplatio:
La lettura è dunque un accurato esame delle
Scritture che muove da un impegno dello spirito. La meditazione è
un’opera della mente che si applica a scavare nella verità
più nascosta sotto la guida della propria ragione. L’orazione
è un impegno amante del cuore in Dio allo scopo di estirpare
il male e conseguire il bene. La contemplazione è come un innalzamento
al di sopra di sé da parte dell’anima sospesa in Dio, che
gusta le gioie della dolcezza eterna. La lettura indaga sulla dolcezza
della vita beata, la meditazione la trova, l’orazione la chiede,
la contemplazione la assapora. La lettura si può dire che porti
alla bocca cibo solido, la meditazione lo mastica e lo macina, l’orazione
ne sente il sapore, la contemplazione è la dolcezza stessa che
dona gioia e ricrea le forze. La lettura rimane sulla scorza, la meditazione
penetra nel midollo, l’orazione si spinge alla richiesta suscitata
dal desiderio, la contemplazione riposa nel godimento della dolcezza
raggiunta. (3)
Nella prospettiva sovente reperibile nei testi esegetici
di Gregorio Magno a questa quadruplice scansione andrà aggiunto
un quinto decisivo momento, l’evangelisatio, intesa come
testimonianza integrale di vita e, più in particolare, come momento
catechetico di annuncio di quanto intuìto e dei frutti maturati
personalmente o anche comunitariamente nella stessa lectio.
Nella tradizione dei Padri, soprattutto delle primissime generazioni
anacoretiche, non manca poi un altro momento di singolare importanza,
quello della collatio che indica, come lascia chiaramente intendere
l’etimologia della parola, la condivisione comunitaria, ad una
stessa mensa, delle risonanze percepite nel cuore durante e dopo la
lettura. Un notevolissimo numero di apoftegmi dei Padri del Deserto
raccontano di queste lunghe sinassi dove la celebrazione eucaristica
era preceduta da lunghi momenti di condivisione e di reciproco arricchimento
nella comprensione tanto a riguardo del significato della Parola letta
e vissuta durante la settimana nelle diuturne ore di silenzio e solitudine
in cella, quanto a riguardo di ciò che essa chiedeva alle piccole
o grandi comunità monastiche, ai varî, singoli eremiti
oppure, nel caso della non infrequente presenza di ospiti, magari vescovi
delle città vicine, di ciò che essa esigeva dalle varie
comunità ecclesiali o nella vita dei battezzati al fine di una
sempre più convinta e radicale conversione dei cuori all’unico
Signore.
Il piccolo cammino di una modesta famiglia di monaci e di battezzati
che da quasi un lustro si ritrova ogni settimana nell’abbazia
benedettina di San Miniato al Monte, il Venerdì per la lectio
divina e la Domenica mattina per l’Eucarestia, ha queste
nobilissime radici che ci ricordano sempre la centralità della
Scrittura e della celebrazione liturgica intesa come storia della salvezza
in atto e come dialogo vivo con il Signore che parla, conforta e sprona
i suoi figli (cfr. del resto il dettato paolino di Colossesi 3,16 come
indicazione caratterizzante ogni comunità cristiana: «la
parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi
con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi,
inni e cantici spirituali»). Nel nostro incontro di lettura, che
dura circa un’ora e mezzo, è generalmente un monaco a fornire
in apertura, dopo un’invocazione comunitaria allo Spirito Santo,
i dati esegetici essenziali di un brano appartenente a quel libro della
Scrittura che era stato precedentemente scelto in piena sinodalità
dall’intero gruppo al fine di essere lentamente letto nella sua
interezza, secondo la tradizione monastica della lectio continua.
Dopo una prima parte di taglio esegetico e un piccolo commento di intonazione
spirituale ha inizio la collatio vera e propria: ogni partecipante
è caldamente invitato sull’eco di quanto letto, ascoltato
e pregato ad interpellare la propria vita e quella dell’intera
comunità di amici secondo il dettato della Parola, alla luce
anche e delle vicende quotidiane della propria personale microstoria
e di quelle, sovente inquietanti, della macrostoria che leggiamo sulle
cronache dei giornali. È questo un momento decisivo e assai fruttuoso
del nostro ritrovarsi attorno alla Parola: per un verso l’apertura
del cuore crea progressivamente una sincera comunione fraterna edificata
sulla e dalla Parola, per un altro davvero si ha modo di verificare
quanto i rabbini già avevano colto a proposito di quella impossibilità
di esaurire sensi e significato del testo biblico, in ragione di quella
eccedenza di valore ulteriore che è scritto in modo invisibile,
come con plastica efficacia dicevano appunto i rabbini, nel margine
bianco, senza l’inchiostro e «al di là del versetto»
(E. Levinas). Una prospettiva, quest’ultima, sancita peraltro
dall’autorevolezza esegetica e pastorale di Gregorio Magno, autore
di quella mirabile formula secondo cui «divina eloquia cum legente
crescunt», reperibile nella sua settima Omelia su Ezechiele, 1,8
grazie alla quale abbiamo in garanzia da Dio la sicurezza di una lettura
viva e vitale che con dinamismo incessante cresce e fa crescere il nostro
sguardo contemplativo sia sul mistero della volontà di Dio (cfr.
Ef 1,9) sia sulla nostra storia personale e su quella ecclesiale e umana.
È la fatica austera e gioiosa e sempre fruttuosa di un darash
comunitario, di una ricerca tenuta viva dalla immediata condivisione
delle proprie ricchezze, povertà, competenze, ansie e attese,
di quel salvifico senso ulteriore che è poi quello che lo Spirito
Santo – lo stesso, medesimo Santo Spirito che suggeriva le parole
all’orecchio del cuore dell’antico redattore biblico –
in questi tempi, nel nostro hodie, sta suggerendo a noi credenti vigilanti
in ascolto della Parola, «nell’attesa della beata speranza
e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore
Gesù Cristo» (Tt 2,13). Si tratta insomma di riconoscere
come la Scrittura sia testimone della Parola di Dio, ma non coincidente
con questa ultima, la Parola appunto, ovvero il Figlio che è,
potremmo dire con Origene, nascosto dietro ogni versetto della intera
Scrittura, senza che questa possa mai completamente esaurirne il mistero.
La fatica della interpretazione e dell’ascolto diviene pertanto
fecondo cammino nella ricerca del Volto del Figlio dell’Uomo (cfr.
2 Cor 3, 12-18), frutto nello Spirito Santo e innesto nella
comunità ecclesiale che è garanzia di oggettività
contro ogni interpretazione privata e soggettiva da cui le parole apostoliche
ci mettono in guardia (in particolare, anche a riguardo dell’ispirazione
divina della Scrittura, cfr. 2 Pt 20-21). Tutto quanto sin qui detto
si salda con l’intuizione mirabile e davvero non più obliterabile
di un passaggio decisivo della Dei Verbum dove i Padri Conciliari,
dopo essersi posti in «religioso ascolto» (Proemio) della
Parola di Dio, arrivano ad affermare che la chiesa cresce con questo
ascolto nella storia, «finché in essa vengano a compimento
le Parole di Dio». In questo inarrestabile progresso della tradizione
che avviene nella chiesa «con l’assistenza dello Spirito
Santo, cresce infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle
parole trasmesse». Ed è nel cuore dinamico di questo meccanismo
vitale che è riconosciuto con una specialissima autorevolezza
come sia decisivo, in questa crescita di conoscenza, il ruolo di tutti
i battezzati: oltre che con la predicazione di coloro che «con
la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità»,
di fatto quella comprensione cresce nondimeno «sia con la contemplazione
e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cfr. Lc
2,19 e 51), sia con la profonda intelligenza delle cose spirituali di
cui fanno esperienza» (n. 8). Mi pare bello e importante, quasi
un modestissimo omaggio un anno e mezzo dalla sua morte, ricordare come
un grande monaco dei nostri tempi, da cui tutti noi abbiamo imparato,
protagonista di primissimo ordine nel recupero della lectio divina
secondo il magistero ricevuto dalla tradizione dei Padri e in particolare
da Gregorio Magno e testimone profetico del rinnovamento post-conciliare
nella vita ecclesiale e monastica, sovente indicava in queste intuizioni
della Dei Verbum i guadagni più alti, fecondi e significativi
di tutto il Concilio Vaticano II.
Il nostro incontro si conchiude sempre con la preghiera rivolta al Padre
insegnataci dal Signore Gesù che è però usualmente
preceduta dalla lettura di una poesia che abbia una qualche attinenza
con i testi letti, le risonanze destate, le immagini evocate, le intuizioni
condivise. E’ quasi irrinunciabile questo momento di vivo e liberante
pathos in cui la parola poetica, solitamente vibrante e capace di svelare
il cuore autentico delle cose e della storia, per la sua potente valenza
simbolica agisce come un ponte sospeso fra le antiche scritture bibliche,
i loro significati riposti e le vive istanze dei nostri pensieri, le
urgenze del nostro tempo, i desideri dei nostri cuori. Non a caso anche
un grandissimo poeta come Mario Luzi ha intuito qualcosa di potentemente
analogico esistente fra la parola poetica e la Parola divina avvolta
nella Scrittura quando ci suggeriva a ragione che «la poesia agisce
secondo la sua necessaria dinamica, che è quella di distruggere
la lettera per ripristinare ed espandere lo spirito». D’altro
canto un grande monaco del nostro tempo, Thomas Merton, non sbagliava
nel ricordarci che «quando nasce il desiderio di comunicare qualcosa
di una vita di contemplazione, il poeta, fra tutti gli uomini, è
il meno sprovvisto di mezzi per esprimere l’inesprimibile».
Sotto un profilo catechetico si verifica, nel nostro piccolo e sperimentale
laboratorio di San Miniato al Monte, l’utilità grande di
riproporre ai fedeli il cuore vivo e pulsante della Rivelazione, che
è l’autocomunicazione di Dio nella sua Parola, perché
essi se ne riapproprino (cfr. a questo proposito tutto il capitolo VI
della stessa Dei Verbum), e questo soprattutto ad un gruppo
di credenti che nella fattispecie appartengono ad una generazione piuttosto
matura sotto il profilo anagrafico, dotati di buone competenze culturali,
spesso caratterizzati da percorsi di fede non linearissimi e in certi
casi addirittura afferenti a quel frastagliato “sottoinsieme”
del Popolo di Dio recentemente denominato, con un’espressione
non bella ma efficace, i “ricomincianti”. Di fronte alla
grande capacità evocativa della Scrittura, alla sua bellezza
letteraria, al suo oggettivo deposito e valore culturale, storico, antropologico
e immaginifico è possibile, pur non senza difficoltà e
con la necessaria attenzione ad evitare generiche ambiguità e
opache generalizzazioni dei dati esegetici e del portato della tradizione
(cfr. del resto il numero 9 della Dei Verbum circa la mutua relazione
fra la stessa tradizione e la sacra Scrittura), creare una sorta di
“patria comune” entro cui e da cui avviare percorsi spirituali
e umani di ricerca di Dio, secondo peraltro quel tratto dinamico di
vita interiore che deve caratterizzare ogni monaco (il requisito che
il maestro deve verificare per ammettere un candidato alla vita monastica
è per Benedetto «si revera Deum quaerit», cfr. Regula
monasteriorum 58,7) e secondo quella speranzosa prospettiva escatologica
testimoniata da Pietro: «alla parola dei profeti fate bene a volgere
l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché
non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori»
(2 Pt 1,19).
Il gruppo biblico di San Miniato ha esordito nel suo cammino di ricerca
con una lentissima e meditata lettura del libro che fonda l’autocoscienza
di Israele come popolo salvato dalla predilezione di Dio che lo ha condotto
nel deserto per rinunciare ad ogni idolatrìa e apprendere così
l’arte del servizio di Dio nella libertà del cuore: l’Esodo.
Si è poi proseguito con la Prima Lettera di Pietro, per la sua
portata catechetica legata alla liturgia pasquale e battesimale, per
la sua avvincente tensione escatologica, per la sua equilibrata e attualissima
intonazione parenetica. Nel desiderio di fare luce sul mistero pasquale
della storia e della creazione, sulla apparente invincibilità
dei poteri mondani, sulle persecuzioni antiche e nuove patite dalle
comunità ecclesiali, sulla forza del mysterium iniquitatis,
il gruppo ha audacemente scelto e in un anno e mezzo ha condotto a termine
la lettura dell’Apocalisse, cui ha fatto seguito la lettura del
breve libro di Giona anche in ragione della sua prospettiva universalistica.
Dopo questi testi da qualche mese, anche per favorire una migliore partecipazione
e condivisione “orizzontale” e “circolare” di
tutti i partecipanti, si sono individuate alcune unità tematiche
isolabili dalla Scrittura, quali ad esempio “Il Dio che parla”,
“Il Dio che tace”, “Il Dio che ama”, “Il
Dio che giudica”, etc. che, grazie e attraverso l’irrinunciabile
oggettività di alcuni passi scritturali correlati, divengono
motivo di personale approfondimento per tutta la settimana al fine di
trasformare l’incontro del venerdì in una vera e propria
collatio che sia per davvero il frutto del contributo di tutti
in vista di un più mosso e polifonico arricchimento e di una
struttura procedurale e organizzativa meno piramidale. Nell’ambito
dell’approfondimento del primo tema (“Il Dio che parla”)
si è poi colto l’occasione per un’appassionata lettura
dei più significativi passaggi della Dei Verbum così
da arricchire la nostra autoconsapevolezza ecclesiale sull’importanza
del tempo che settimanalmente dedichiamo all’ascolto della Parola
di Dio, alla volontà di imparare a rendere ragione della speranza
che è in noi (1 Pt 3,15) e al desiderio di trasformarci, con
l’aiuto dello Spirito Santo, in testimoni credibili, col ritorno
ognuno alla propria casa, famiglia e comunità e ai tempi ordinarî
della vita quotidiana, della fede donataci dall’amore di Dio e
dalla sua Parola di vita.
La nostra piccola comunità nella perseveranza in questo umile
e marginale ministero al servizio della Parola (Lc 1,2) e della chiesa
che è in Firenze ha trovato un bellissimo e autorevolissimo motivo
di conforto in un passaggio della lettera che il Santo Padre Giovanni
Paolo II ha indirizzato nel 1998 all’Abate Generale Dom Michelangelo
Tiribilli nella lieta evenienza del 650° anniversario del transito
del Beato Bernardo Tolomei, fondatore della famiglia monastica di Monte
Oliveto di cui fa parte, fin dal lontanissimo 1373, l’Abbazia
di San Miniato al Monte. Scrive dunque il Pontefice:
In particolare la Congregazione ha saputo mantenere
sempre vivo quel caratteristico apostolato monastico che è l’ospitalità,
offrendo “un’accoglienza premurosa” (Regula Benedictina
53,3) a coloro che avvertono la necessità di uno spazio ideale
per riconciliarsi con se stessi, con gli altri e con Dio. E’ importante
che i Monaci siano per i loro ospiti testimoni della virtù teologale
della speranza, aiutandoli così nell’impegno quotidiano
di trasformare la storia secondo il progetto di Dio.
Si dimostra quanto mai opportuno questo richiamo fatto
dal Papa al capo 53° della Regula dove san Benedetto, in
forza del dettato scritturale di Matteo 25,35, equipara con audacia
e senza mezzi termini l’arrivo dell’ospite in monastero
al sopraggiungere del Cristo ospite e forestiero, realmente presente
così in mezzo alla comunità monastica:
Omnes supervenientes hospites tamquam Christus suscipiantur,
quia ipse dicturus est: Hospes fui, et suscepistis me; et omnibus congruus
honor exhibeatur, maxime domesticis fidei et peregrinis. [...] In ipsa
autem salutatione omnis exhibeatur humilitas omnibus venientibus sive
discedentibus hospitibus, inclinato capite vel prostrato omni corpore
in terra, Christus in eis adoretur, qui et suscipitur.
Magistero antico e nuovo, consuetudini monastiche e precetti
evangelici animano a San Miniato al Monte un piccolo sforzo di accoglienza
e di condivisione della Parola che però vorrebbe avere l’umile
risolutezza di riportarci davvero, come dimostrava il racconto di Gregorio
agli inizî di queste pagine, al ministero pastorale e all’azione
catechetica più peculiari dei monaci che, addossati ai margini
delle città, da sempre si sforzano di far fiorire nella scuola
dell’amore e nel silenzio dell’attenzione il terreno scabro
e sassoso del deserto dei nostri cuori distratti e mai pronti all’ascolto.
Fra i detti dei Padri del Deserto ne è sopravvissuto uno assai
eloquente in tal senso, attribuito ad abba Pambo e che ogni famiglia
monastica dovrebbe forse avere presente, meditare e cercare di attuare
con radicalità e decisione:
Abba Pambo interrogato circa l’ospitalità
così rispose: «Tutti gli ospiti che vengono da noi, salvo
i curiosi, prima di andarsene chiedono: “Abba, dimmi una parola!”.
Se la ricevono, ritorneranno, altrimenti la cercheranno da altre parti…
Ecco dunque il nostro grande compito nell’ospitalità: donare
una parola! A volte sarà direttamente la Parola di Dio, altre
volte semplice traccia che alla Parola conduce, altre ancora sarà
eco della Parola di Dio, oppure silenzio che la Parola adora e ascolta.
Nell’incontro con gli ospiti l’importante è consegnare
loro ciò che noi contempliamo in verità nell’umile
e nobile servizio del monaco».
Abbazia di San Miniato al Monte, 27 giugno 2003
Note
(1) Per una convincente illustrazione critica dei paradigmi
della missione tradizionale cui si fa qui succinto riferimento si rimanda
senz’altro a S. DIANICH e S. NOCETI, Trattato sulla Chiesa,
Brescia 2002, 244-7.
(2) Per un’esposizione di massima sulla pratica della lectio
divina potrà bastare l’ottimo manuale di E. BIANCHI,
Pregare la Parola. Introduzione alla “Lectio divina”,
Torino 1974; mentre per una riflessione a più voci sul ruolo
della lectio nella vita religiosa e più in generale nella chiesa
si rimanda a E. BIANCHI, B. CALATI, F. COCCHINI, I. ILLICH e AA.VV.
La lectio divina nella vita religiosa, Magnano 1994.
(3) L’intera lettera tradotta è disponibile alla lettura
come appendice di E. BIANCHI, Pregare la Parola, cit., 105-123:
106-107.

Bernardo
Francesco Maria Gianni è monaco benedittino olivetano dell'Abbazia
di San Miniato al Monte:
Monaci Benedettini di Monte Oliveto
Le Porte Sante, 34
50125 Firenze
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