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Titolo Faranews
 

FARANEWS
ISSN 15908585

MENSILE DI
INFORMAZIONE CULTURALE

a cura di Fara Editore

1. Gennaio 2000
Uno strumento

2. Febbraio 2000
Alla scoperta dell'Africa

3. Marzo 2000
Il nuovo millennio ha bisogno di idee

4. Aprile 2000
Se esiste un Dio giusto, perché il male?

5. Maggio 2000
Il viaggio...

6. Giugno 2000
La realtà della realtà

7. Luglio 2000
La "pace" dell'intelletuale

8. Agosto 2000
Progetti di pace

9. Settembre 2000
Il racconto fantastico

10. Ottobre 2000
I pregi della sintesi

11. Novembre 2000
Il mese del ricordo

12. Dicembre 2000
La strada dell'anima

13. Gennaio 2001
Fare il punto

14. Febbraio 2001
Tessere storie

15. Marzo 2001
La densità della parola

16. Aprile 2001
Corpo e inchiostro

17. Maggio 2001
Specchi senza volto?

18. Giugno 2001
Chi ha più fede?

19. Luglio 2001
Il silenzio

20. Agosto 2001
Sensi rivelati

21. Settembre 2001
Accenti trasferibili?

22. Ottobre 2001
Parole amicali

23. Novembre 2001
Concorso IIIM: vincitori I ed.

24. Dicembre 2001
Lettere e visioni

25. Gennaio 2002
Terra/di/nessuno: vincitori I ed.

26. Febbraio 2002
L'etica dello scrivere

27. Marzo 2002
Le affinità elettive

28. Aprile 2002
I verbi del guardare

29. Maggio 2002
Le impronte delle parole

30. Giugno 2002
La forza discreta della mitezza

31. Luglio 2002
La terapia della scrittura

32. Agosto 2002
Concorso IIIM: vincitori II ed.

33. Settembre 2002
Parola e identità

34. Ottobre 2002
Tracce ed orme

35. Novembre 2002
I confini dell'Oceano

36. Dicembre 2002
Finis terrae

37. Gennaio 2003
Quodlibet?

38. Febbraio 2003
No man's land

39. Marzo 2003
Autori e amici

40. Aprile 2003
Futuro presente

41. Maggio 2003
Terra/di/nessuno: vincitori II ed.

42. Giugno 2003
Poetica

43. Luglio 2003
Esistono nuovi romanzieri?

44. Agosto 2003
I vincitori del terzo Concorso IIIM

45.Settembre 2003
Per i lettori stanchi

46. Ottobre 2003
"Nuove" voci della poesia e senso del fare letterario

47. Novembre 2003
Lettere vive

48. Dicembre 2003
Scelte di vita

49-50. Gennaio-Febbraio 2004
Pubblica con noi e altro

51. Marzo 2004
Fra prosa e poesia

52. Aprile 2004
Preghiere

53. Maggio 2004
La strada ascetica

54. Giugno 2004
Intercultura: un luogo comune?

55. Luglio 2004
Prosapoetica "terra/di/nessuno" 2004

56. Agosto 2004
Una estate vaga di senso

57. Settembre2004
La politica non è solo economia

58. Ottobre 2004
Varia umanità

59. Novembre 2004
I vincitori del quarto Concorso IIIM

60. Dicembre 2004
Epiloghi iniziali

61. Gennaio 2005
Pubblica con noi 2004

62. Febbraio 2005
In questo tempo misurato

63. Marzo 2005
Concerto semplice

64. Aprile 2005
Stanze e passi

65. Maggio 2005
Il mare di Giona

65.bis Maggio 2005
Una presenza

66. Giugno 2005
Risultati del Concorso Prosapoetica

67. Luglio 2005
Risvolti vitali

68. Agosto 2005
Letteratura globale

69. Settembre 2005
Parole in volo

70. Ottobre 2005
Un tappo universale

71. Novembre 2005
Fratello da sempre nell'andare

72. Dicembre 2005
Noi siamo degli altri

73. Gennario 2006
Un anno ricco di sguardi
Vincitori IV concorso Pubblica con noi

74. Febbraio 2006
I morti guarderanno la strada

75. Marzo 2006
L'ombra dietro le parole

76. Aprile 2006
Lettori partecipi (il fuoco nella forma)

77. Maggio 2006
"indecidibile santo, corrotto di vuoto"

78. Giugno 2006
Varco vitale

79. Luglio 2006
“io ti voglio… prima che muoia / rendimi padre” ovvero tempo, stabilità, “memoria”

79.bis
I vincitori del concorso Prosapoetica 2006

80. Agosto 2006
Personaggi o autori?

81. Settembre 2006
Lessico o sintassi?

82. Ottobre 2006
Rimescolando le forme del tempo

83. Novembre 2006
Questa sì è poesia domestica

84. Dicembre 2006
La poesia necessaria va oltre i sepolcri?

85. Gennaio 2007
La parola mi ha scelto (e non viceversa)

86. Febbraio 2007
Abbiamo creduto senza più sperare

87. Marzo 2007
“Di sti tempi… na poesia / nunnu sai mai / quannu finiscia”

88. Aprile 2007
La Bellezza del Sacrificio

89. Maggio 2007
I vincitori del concorso Prosapoetica 2007

90. Giugno 2007
“Solo facendo silenzio / capisco / le parole / giuste”

91. Luglio 2007
La poesia come cura (oltre il sé verso il mondo e oltre)

92. Agosto 2007
Versi accidentali

93. Settembre 2007
Vita senza emozioni?

94. Ottobre 2007
Ombre e radici, normalità e follia…

95. Novembre 2007
I vincitori di Pubblica con noi 2007 e non solo

96. Dicembre 2007
Il tragico del comico

97. Gennaio 2008
Open year

98. Febbraio 2008
Si vive di formule / oltre che di tempo

99. Marzo 2008
Una croce trafitta d'amore



Numero 21
Settembre 2001

Editoriale: Accenti trasferibili?

Il filo conduttore di questo ventunesimo numero di Faranews non e' del tutto evidente (ma crediamo ci sia). Sappiamo che l'accento puo' svolgere diverse funzioni: ad esempio "ancora" significa una cosa se l'accento cade sulla prima sillaba, un'altra se l'accento cade sulla seconda. C'e' anche un accento enfatico. Se dico: "Amo Maria", faccio una semplice constatazione. Se dico "Amo Maria" calcando quest'ultima parola, voglio significare che amo Maria e non un'altra persona che magari l'interlocutore poteva avere in mente.
Perche' accenti trasferibili? Perche' le parole sono di per se' mobili, barche per pacchetti di pensiero, come ci dimostra Il mondo e' il mio sortileggi'o di Andrea Steinfl. Sono tre note e' il VII capitolo di Eco, romanzo inedito di Mauro Raggini di cui vi proponiamo un assaggio (come vedrete si parla di accenti: la parola deriva dal latino "ad cantus" ). Alcuni versi possono trasportarci in luoghi in cui le parole sono forse piu' libere e semplici: Caioletto. Alessandra Carnaroli ce ne offre di acuminati in Taglio intimo. Dopo avervi proposto alcuni siti, presentiamo le recensioni ad animale e a Orientarsi e crearsi un lavoro. Per finire La focaccia di Michele Ruele ci presenta la figura settecentesca di frate Amodeo. Ricordiamo a chi ama scrivere il nostro concorso IIIM. Buona lettura.

INDICE

Il mondo e' il mio sortileggi'o (Andrea Steinfl)

Sono tre note (Mauro Raggini)

Caioletto (Alessandro Ramberti)

Taglio intimo (Alessandra Carnaroli)

Siti interessanti

Recensioni
- animale
- Amarcord Giovane Impresa

La focaccia (Michele Ruele)

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(Le insidie della terra senza blu)
01. Il mondo e' il mio sortileggi'o
ovvero un nuovo video - un party per festeggiarlo - una breve ma intensa visita nel mondo parlallelo - il primo incontro con Almissa.

(di Andrea Steinfl)

Tutto significa.
Anche l'astro radiante tatuato sulla schiena di Anja. Che' altrimenti la vita farebbe tombola con i numeri a caso.
Cosa mi ha convinto a festeggiare oggi?

Anja-pelleblu s'immedusa nel cono di luce, ruba la luna diamantata dal tavolo e la poggia in testa. Welcome Neo-Shiva-deluxe. Poi esce, dallo schermo al plasma in fondo alla sala e da tutti quelli sintonizzati con il primo canale nazionale.
La schienasole letteralmente tramonta dietro il sipario rosso e ci fa corto il fiato. Ed e' li' che viene il tuffosbuffo al cuore. Il cervello fa cliclac. Si socchiudono curiosi i pori e il Messaggio si cerbottana dal mezzo pixellato all'anima. Roba di santi sebastiani elettrici al solo cercare di visualizzarla.
Trenta secondi di morbo maclunatico in prima serata.

Applausi mentre la sigla del telegiornale si ingoia gli schermi. Chi urla il mio nome?
Gli ansi-lumen aumentano discreti. Renderizzano uno spazioaperto identico sputato ad un sistema digerente in scala, poltrone simil villi intestinali comprese. Sputano fuori dal nero i contorni di uno smolecolare multietnico di discrete proporzioni. La sala si digerisce gli ultimi battimani. Le mie immagini formato pal, si fanno gel, si spalmano sui miei ospiti festanti.
Gli angoli stondati si gorgogliano di un vociare volapuk.

Incrocio Marjia, quarant'anni di amanti-padri, sui blocchi verso altrettanti di amanti-figli. Al momento allineata al suo punto zero. Cosa che la rende demi-godibile questa sera. Strascica cadaverici concetti sulla trasformazione genetica di dreyer, anzi, a pensarci bene - sospira - trattasi di ri-esumazione creativa alla jurassic park.
nel mio video?
Globi oculari intrappolati nell'ambra mi danzano nel cervello. Mi si spezza il feeling con la tartina di caviale.

Deve galleggiare qualcosa di eccezionalmente simile tra le sinapsi al thp di Hito - che da Urano o giu' di li' inocula impunito frammenti interstiziali di un erte' cibernetico nell'apologia della mia televendita. Digital Deco. Minimalisme Nouveau. Spero di aver capito male. Ma e' vero il contrario.
Diversi fusi orari separano da anni il magro involucro del nippo-francese dai suoi centri logici.

Il mio party e' una globbalah babbalah e io parlo con le orecchie. Sono in piena alchimia. Mi trasmuto in diretta. Cerco negli sguardi qualcuno che se ne renda conto. Ma sono solo, con la mia magma ars. Il labirinto diventa piu' spesso. Le voci si incrociano come antifurti laser intorno al mio centro. Vorrei rientrare ma non posso. Rotolo via spinto da un enorme scarabeo invisibile.

Nell'arco che mi vuole a testa in giu', arriva altro parlare. Si aggancia all'estuario d'onde elettromagnifiche: Che tutto questo prezioso distillato di invenzioni e fisiologia, orgasmi infine nella vendita di un whisky o una macchina sportiva, e' inevitabile misura dello spazio-tempo che ci ospita?

E' il Nostro Tempo - la voce di Jong tonda accento Southern Comfort, gli occhi ancora agganciati al videowall si insinua in difesa del Sacro Mercato Impero - Siamo corpi sognanti - in attesa di cibo. Tutto qui.

Desiderio.
Bisogno.
Appetito della Mente.

E tu Alan - indicandomi pantocratico - per questo cibo immaginifico - tu sei un buon cuoco - tra i migliori - il migliore, forse. Probably the best cook in the world - pontifica, lisciandomi con lo sguardo inclinato dell'Unto.
Tutto il resto, signori, e' roba da mondo-parallelo. Fanta-fuffascienza marxiana. Il problem non ci tocca, neanche in fin di rima.

Spasmi. Perche' il problem, hey hey my my, c'e' c'e' e mi palpa la rima eccome.
Anzi mi ri-guarda direttamente It's more to the picture, than meets the eye. Perche' ahi me, proprio me, il piede nel fottuto parallelomondo, io ce l'ho di default.

Altrimenti Kilid non avrebbe quei due tentacoli purpurei che ondeggiano mentre si fanno strada dentro le sue orecchie. E sarei molto, Molto piu' agitato nel vedere, il mio cameraman japonaise, sigillato di fresco in una bara trasparente sottovuotospinto come un qualsiasi GI Joe da supermercato, in saldo estivo perloppiu'.
Vallo a raccontare.

M'ha fregato l'astigmatismo, mi storiello. A furia di cercar di mettere a fuoco son uscite fuori le fiamme. Mi si sono incrociate le linee dell'oggi e quello che non si doveva incontrare invece lo ha fatto. Cortocircuitandosi appresso tutto il mio piccolo mondo privato.

Pochi micron sanguinari e
Vedo-le-cose-da-un-altro-punto-di-vista.
Altro, da me.
E a quel punto apriticellophan!
Non posso piu' farne a meno.
Niente e' piu' semplicemente li'. Niente e' piu' fa lo stesso. Niente e' solo quello che e'.
Tutto significa. Tutto e' anatomia.

Il mondo e' il mio sortileggi'o.

Il mondo e dico tutto il tondomondo, e' diventato un'immensa unica continua sagrada op-art ipnotica che mi chiama a se', nelle frattalita' dei suoi otto verticale e tredici orizzontale - che c'e' sempre qualcosa di nuovo e di piu' nascosto e di piu' sconvolgente da conoscere, perche' e' chiaro che gli Preme comunicarmi qualcosa, giu'deepdown in un mesmeri'o di livelli semperdiscendenti, che La Verita' e' un polimero organico di mutevole composizione e si stende elastica ed infinita fin sulle rive di un passato affollato e bituminoso da exxon valdes che percepisco ma non riesco a rianimare.

Zero-ventiquattro, il mondotutto e' segno.

Particolare non da poco:
Nel reality-acquario del cocktail che mi sottrae l'iride proprio in questo istante, l'evento principe e' un altro: sulla linea del mio sguardo agnostico, inghiottito nella temporanea associazione di corteimpresa dei miracoli, tra pedoni, sorrisi di caballeros avec dame con diverse specializzazioni e triangolazioni varie, ci sono, surprise-surprise, anche io.

L'originale da cui sono sfuggito in questo danteggiare parallelo: Alan, il regista sangrilla della mia sangrilla, che sbrinda al suo party.
E quando Mi metto a fuoco - post un improvviso sguiscio d'amordolce, sorge repentina e vera l'Urgenza. Nel batticuore disagio, la Domanda regina si affuoca. Immediata e Pericolosa. E sulla scenetta simil-life allegra di bollicine logo jpgaultier e sguardi da 6 espressioni ricaricabili (immancabilmente tre al prezzo di due), assolve sovraimpressa all'altezza del Mio plesso solare, proprio come nelle mie pubblicita', la Big Question:

E' Mia Questa Vita?

Il fatto che nel sottofondo si agitino le note demivintage dei talk-talk mi disulcera ma non mi evita una gelata epidermica che mi manda in serpentina i muscoli del collo/n.
Certo, apparentemente meglio dello "scopami che sono gia' morta" che danza blinkeggiante in corpo 64 sugli occhi decarburati di Marija o la tartaruga gigante che appiattisce Hal nel sarcofago della poltrona di schiuma. Ohmioddio. Forse voglio rientrare.
Interno Occupato. Riprovare.

Allora e' questo il mantra nascosto nel Mio mondo parallelo! La sensazione, di essere como todos, un animatrix mosso da forze banali, mi distrugge.
Sono un obbediente spigolatore di vogliuzze?
E chiara ed inspiegabile la consacolpevolezza, che c'e' del Vero. Che non sono Io, purtroppo, affanculo, il proprietario di me stesso. L'alambiccatore del mio instabile composto. Il paro'n del mi vapo'r.

Vivo di oredaria. Una scritta lampo di dissolvenze incrociate infinitesimali ma percepibili mi urta come un trenoincorsa.
E allora per chi sbuffistantuffisputi bastardo avatar del cazzo! Mi sale la voglia di metterMi le mani in faccia. E liberarla. Disingannandola.
DisingannandoMI.
Se alzo le labbra, so di aver denti da cane.

Salto metrate di fotogrammi della Realta' come un flashgordon suonato, uggiolando incredulo intorno all'altro me, il piu'vvero me?, all'Alan Festeggiato, marchiato di un infamante vita da controfigura e orora appiombato da un piccolo uditorio e intento a plasticarsi la carne in volto in costrutti socialmente utili, di certa stabilita' e credibilita'.

A bordocampo mi agito ringhio, interrogo la vetroballa degli eventi, mentre la sala tutta, tenue e crasso compresi, e' in preda a contrazioni stroboscopiche da super maalox.
Arranco disarcionato in una gastrite architettonica.
E tanto per dare al toto una complicazione plus, m'annuso un colpo alla coda dell'occhio: mi giroscatto e nel belmezzo di una copiosa grandinata virtuale (notevole dispendio di mezzi e professionalita'), si staglia, filiforme, La Donna. Di rosso fasciata e d'oro le gambe.

La qualcosa ha instant-ibernato il mio daffarsi, spasmi apnea allegati, intubandolo intra le Sue Grazie.
Anche Lei, li', nel Corridoio Aldila'.
madame?

Richiamata dagli occhi allungati della femme, la sottotitolazione giapponese, appare per prima - segno tangibile di millenaria organizzazione. Ma il tutto non produce risultati apprezzabili all'interno della mia colonia neuronale.
Il sottotitolo occidentale e' in ritardo, ma semplice e d'effetto: Almissa, 1970.

Mi-i guarda, la mia visione, difra i chicchighiacci.
Ti leggo, tu sei il piromane - esordisce.
E tu, wer bist du? - le chiedo.
Piromane?
Io sono mia madre - risponde e scoppia in un pianto di grandine. Che' le regole del bordocampo sono senza pieta', leggono cose che a sentirle fa male.
Le faccio sbocciare in moviola le mie dita sul viso.
Io ho paura - le dico mentre il budello parallelo mi ruba la voce.
Rimango sasso ad ascoltare le mie labbra - Io Ho Paura della Mia Voce.
Le palpebre si abbassano. Io e le mie parole una doppia elica. In caduta libera.

Almissa misazia gli alveoli, e mentre m'increspo in un sorriso d'ammalio, nel mondovero Anja d'armani svestita appoggia la testa alla mia spalla.

Il contatto con la modellattrice mi riappiattisce nell'aldiqua' e io alzo bandiera bianca.
Solo again in the realmondo.
Me ne vado.
A distanza di tiro non regolamentare, c'e' Zanni. Non Ora. Arbitro, fuorigioco!
Il legale mi freezza con una invisibile pistola paralizzante impiantata nel suo indice. Poi si stupra il mio campo visivo con intuibile soddisfazione. Bisogna approfittarne, Alan - strategia. efficacia. il futuro e' una Brutta Bestia.
Quattro neuroni-special corp mi si sono riattivati hop-hop e cercano una soluzione all'interazione con il gessato savoir-faire dell'avvocato. Non fosse altro per non essere schizzato sulla bianca chemise da un cocktail di fluidi corporali. Che' la Brutta Bestia, c'e' davvero. E sta per farlo in due davanti ai miei occhi. Una roba tuttunghia direi, che gli troneggia alle spalle.
Il testo dice: prossimamente su questo canale.
Zanni & Zanni.

Reset.
Allora, A? La business proposition mi appare cristallina.

Parliamone. Settimana ventiquattro e' ok. Basta. Via. Abbandonare il loco. Prima di essere digerito e ruttato via. Grandioso. Grazie. Un urlo alle spalle mi conferma il raddoppio dei soci fondatori dello studio legale che da anni mi rappresenta. Nel tumulto da antiacidi, ho un flash della Grandinosa, appesa ad un frescolana incravattato da producer. E' vestita di nero e non c'e' oro sulle sue gambe. Chissa' come le apparivo io? Poi niente. Mi sgombro il passo tra boli presenzialisti multicolori, ispirato in un ciranesco sentimento di noia per tutto. Me compreso. Che cosa ho fatto in queste ore?
Non c'erano angoli in cui rifugiarsi, e' stato questo?
Addomani sentiro' un peso per questo riflusso di snobismo pre-onirico - ma adesso che si esprima libero.
Io sono qui. con il resto faremo i conti. In stretto ordine alfabetico, metodo scientifico - senza slanci di passionalita', questa volta.
A cominciare dalla a.

Come Almissa.

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Sono tre note

(di Mauro Raggini)

"And this man will die... He will. Eventually."
(Isabelle, Amateur)

Sono tre note. Anzi, due. Una e' la prima che ti viene in mente, la seconda invece e' piu' bassa e ripetuta due volte. La seconda nota, quella piu' bassa, deve durare piu' delle prime, come se ti fermassi ad ascoltarla mentre la canti. Perche' queste note le devi cantare. Dico davvero. Non importa che tu lo faccia ad alta voce - magari stai leggendo questa storia in mezzo ad altra gente - puoi farlo dentro di te, ma e' importante che le intoni, altrimenti sarebbe inutile continuare a leggere. Allora, prima canta una nota qualsiasi. Poi una appena piu' bassa e lunga. E adesso questa nota ripetila facendola durare di meno. E visto che e' piu' facile trovare la melodia di una canzone quando hai il testo, prendi una parola di tre sillabe e canta ogni sillaba con le note che hai scelto. Una parola come bambino, per esempio. Bam-bi-no. Cantala. Bam-bi-no. Fa' pero' attenzione che la seconda nota duri piu' a lungo delle altre due, e se vuoi essere sicura di dare ad ogni sillaba la giusta durata conta il tempo sulle dita, da uno fino a quattro, oppure, se preferisci, puoi muovere il piede; sono gesti discreti, non attirano l'attenzione di nessuno. Uno, due, tre, quattro. Bam-bi-i-no. Non calcare pero' eccessivamente la seconda nota, sii sciolta. Uno, due, tre e quattro, e uno, due, tre e quattro. Bam-bii-no, bam-bii-no. Ecco, adesso che hai in mente il ritmo giusto e l'atmosfera di queste note, ti raccontero' una storia come se accadesse ora, e per ascoltarla non puoi fare a meno della melodia che hai appena imparato.
C'e' un uomo. Un uomo che cammina. C'e' un uomo che cammina in un pomeriggio d'inverno per le strade deserte di una piccola citta' balneare quasi disabitata, di quelle che si riempiono di turisti solo nella stagione estiva. Calpesta le foglie di platano accartocciate dal gelo che coprono i marciapiedi. Fa freddo, e indossa un cappotto con il bavero alzato, il respiro si condensa e viene sospinto alle sue spalle da una brezza leggera che sa di mare, perche' il mare non e' lontano, si trova dall'altra parte di quella fila di case, laggiu' in fondo. L'uomo cammina adagio, ma seguendo una direzione sicura, come chi ha una meta da raggiungere. Pensi, si reca ad un appuntamento, mentre la fatica dei suoi passi viene amplificata da una carezza lenta della testa che l'uomo compie sotto ai tuoi occhi. La mano preme forte sulla tempia, le dita si allungano verso la nuca schiacciando l'orecchio, avvolgono il collo e scivolano in avanti, risucchiate dal bavero. Dallo sforzo della carezza e dei passi lenti di chi va verso un incontro che intuisci inevitabile capisci che e' malato, e formuli un pensiero che ti fa rabbrividire. Quest'uomo morira'. Quest'uomo morira' alla fine, e io non potro' fare nulla per salvarlo, hai pensato. Ed e' stato un pensiero cosi' forte che il tuo cuore si e' stretto in un singhiozzo, come se avesse saltato un battito, e se da una parte vorresti fermarti un momento per staccare la tensione da quello che ti faccio trovare con le mie parole sotto agli occhi, dall'altra ti senti gia' del tutto coinvolta in questa storia, e allora, quasi con un gesto gratuito e autolesionista continui a pensare, sto guardando un uomo che muore. E intanto un uomo ancora vivo cammina davanti a te. Per strada non si sente nessun rumore all'infuori dei suoi passi, te ne accorgi solo quando il silenzio e' rotto dallo schianto di una tapparella. Giri gli occhi in tempo per vedere le ultime tre file di buchi che si chiudono ormai senza suono, come se fossero le foglie cadute di un albero, che non hanno piu' niente da dire, si mostrano in terra e basta, cosi' distogli lo sguardo da loro e ritorni sull'uomo, anzi, sul suono dei suoi passi, ascolta, battono lo stesso ritmo che ti ho insegnato, contano piano fino a quattro. Uno, due, tre, quattro. E' un pomeriggio d'inverno, e sui marciapiedi coperti di foglie morte un uomo stanco cammina. Un uoo-mo. (...)

(Incipit del VII capitolo del romanzo Eco. Mauro Raggini e' nato a Rimini nel 1967. Ha pubblicato traduzioni dal portoghese e dal francese: La scoperta del mondo, di Clarice Lispector, La tartaruga, 2001; L'Angelo ancorato, di Jose' Cardoso Pires, Fahrenheit 451, 2000; Il metro del mondo, di Denis Guedj, Longanesi, di prossima pubblicazione.)

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Caioletto
(di Alessandro Ramberti)

Le pietre adatte
alla lapidazione
sono la nostra gravita' e
possiamo liberarcene
solo con grazia:
se le tiriamo ad altri
ne avremo sempre
l'impronta
presente
come piombo.

***

Sento
il frinire
delle cicale
intenso
e poi la

pausa

imprevedibile
come un incontro
insperato
(che ti cambia).
Ho giudizi
piu' tranquilli,
i pensieri fissi
interruzioni piu' lunghe.
I piedi
ricordano
l'ultimo
sentiero
impolverati
quasi un
velo di zucchero.

***

Si'
ci sono
credo
di aver capito
(di aver sentito)
- e' un semplice schiarimento
ma e' come il bianco
che circonda queste
lettere.

***

Con le gambe
la distanza
e' piu' grande
di molto
ma come si chiamano
gli alberi
del colore
delle foglie
di ulivo
in linea
a trecento metri
dai miei occhi?
Dividono un campo
scosceso
e intorno
non ci sono che
boschi
di un verde
deciso
e lontana chilometri
emerge la massa grigia
sul profilo turchese dei monti
del Sasso Simone.

Salici - mi hanno detto.

***

Caioletto

Sono ruderi.
Il sentiero
non esiste
che a tratti.
Per raggiungerli
mi strio gli
arti con
i rovi
spinosi,
infango
gli scarponi
nell'argilla
bagnata dal
rivolo limpido
cosparsa
di rami
maceri.
Quando arrivo
sul colle
la casetta scoperchiata
che ormai ospita
gli alberi
e' posta in un punto
che da' gioia alla vista.
Piu' sopra il Casciao,
da cui sono partito,
e' separato da un
bosco intricato e
dirupati calanchi.

Pochi decenni
sono bastati
ad accumulare
in casuali
piramidi
travi sconfitte
muri dilapidati.
E la mia vita
osserva
da piu' di quattro.

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Taglio intimo
(di Alessandra Carnaroli)

Immagina di avere
sotto le unghie
un po' di pelle morta,
di quella che ti gratti via
dalla punta del naso
ogni volta che dici una bugia:
io sono furba,
il mio naso non diventera' mai
una seggiola per uccelli.
Io sono furba.
Immagina.

***

Posso danzare con i piedi sulle tue scarpe?
Sono leggera come la polvere.
Sono bianca come la polvere.
Sono invisibile
e il vento che canta
mi fa ridere
e se rido
volo
perche' mi gonfio d'aria.
Posso danzare con i piedi sulle tue scarpe?
Stringimi forte il petto:
ho due polmoni
al posto delle ali.

***

Tu sei dopo il muro
dormi con la luce accesa
dentro la pancia aperta.
Sei un materasso pesante
ed io ho ancora i piedi sporchi
e non posso poggiarli sulle lenzuola.
La tua pancia bianca respira
ed io devo lavarmi i piedi
e tutto mi passa in mezzo al cervello
come un'esca lanciata
per portarmi via il riposo.
Tu sei dopo il muro
e parli con il maresciallo Rocca,
con Piero Angela
ed io devo infilare i piedi nel bidet
per vedere l'acqua scura scendermi fino in gola
e fare glu glu
fare grrr.
Non ti svegliare
scorro da sola.
Ora mi addormento,
ora il pescatore spegne la luce
e si prende tutti i miei pesci.
Anche la tua pancia grassa
puo' attaccarsi forte al ramo,
puo' attaccarsi forte all'amo.


(Da Taglio intimo. Alessandra Carnaroli e' nata nel 1979, risiede a Piagge (PU), e' iscritta al quarto anno dell'ISIA di Urbino.)

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Siti interessanti

Nautilus: Letture e scritture (Giulio Mozzi, 1997)
http://nautilus.ashmm.com/9701it/arte/letture/mozzi1.htm

Popoli
http://www.gesuiti.it/popoli/index.html

Unesco
http://upo.unesco.org/

Ungaretti
http://www.avnet.it/itis/ungaretti/frp_oper.htm

Il mestiere di scrivere
http://www.mestierediscrivere.com/

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Recensioni:

animale

Libro enigmatico e magmatico, animale di Paola Turroni, si apre con un verso "scrivere e' come camminare" che ricorda da vicino un aforisma di Peter Handke: "Si puo' aver voglia di scrivere come si ha voglia di camminare. Per scrivere non e' necessario raccontare una storia". Non so se la Turroni ama e conosce Handke, ma sicuramente ha in comune con lui l'inesausta necessita' di riflessione sui perche' della scrittura, sul senso profondo della letteratura, della poesia come bussola per muoversi nel reale, del linguaggio come sfinge da interrogare.
Come raccolta di poesie animale e' abbastanza anomala, anzi, piu' che di raccolta, io parlerei di poema, che' le sezioni che attraversano il libro appaiono assolutamente complementari, tutte tese come sono a compenetrarsi l'una nell'altra, attraverso una serie di richiami e riprese. Le parole appaiono spesso tagliate a meta', sdoppiate dal diverso spessore dei caratteri, divise da trattini, suggeriscono l'impressione di tenere fra le mani un libro doppio, non facile, che vuole negarsi alla prima comprensione del lettore perche' "ci sono momenti in cui scrivere e' come usare sangue".
E' questa scontrosita' del testo a rendere interessante animale, a rafforzare l'impressione di avere a che fare con una letteratura quasi malata (e per questo in cerca di un antidoto possibile come dimostra la sezione trasversale "Il laboratorio" che interrompe in piu' punti il libro con bollettini medici) che, speriamo, possa contribuire a mettere in discussione le certezze della poesia piu' sana e accademica.

(Fabio Orrico in Scritti inediti www.scrittinediti.it/profili.htm)

Amarcord Giovane Impresa

Orientarsi e crearsi un lavoro e' il titolo del volume di Primula Lucarelli e Milena Cecchini pubblicato da Fara che celebra i 15 anni dalla nascita di Giovane Impresa, l'agenzia per l'indirizzo e l'incoraggiamento al lavoro autonomo (...) Questa pubblicazione si presenta dunque come un preciso manuale (dotato, fra l'altro, di un CD ROM esplicativo) per chi voglia aiutarsi nel dar vita alla propria impresa (...) non un arido resoconto, bensi' un'appassionata autobiografia di un'organizzazione che ha posto l'individuo e la sua storia personale al centro (...) Si potrbbe quasi dire che ci troviamo davanti a una moderna lezione di pedagogia del lavoro, fondata sull'autoformazione, l'auto-orientamento e soprattutto sulla capacita' di dare un senso autonomo alla propria vita ed al proprio percorso esistenziale e lavorativo: queste pagine tentano di portare alla luce un uomo nuovo, piu' responsabile e capace di affrontare gli incessanti mutamenti del mercato ma anche piu' libero, interiormente consapevole e capace di non perdere umanita' e senso delle proprie radici e della propria storia (...).

(Alessandro Giovanardi, «il Ponte» del 26 agosto 2001)

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La foccaccia

(di Michele Ruele)

A.D. 1700, 14 dicembre, il giorno dopo Santa Lucia

Un freddo compagno non l'aveva mai sentito. Osservo' i coperti della sua terra mezzi neri di vecchie scandole e mezzi bianchi dalla neve gelata. Quando fu in fondo all'erta, nello slargo sotto il castello, guardo' verso la Porta della Scala e una nebbia d'argento saliva dalle ghiaie del Leno quasi in secca, trasformando il mattino di zendro in una sorta di scodella vuota ribaltata in cui il latte lustro colava alla rovescia. Frate Amodeo doveva aver riguardo per le pozze ghiacciate, lisce fra le rughe del pantano indurito, e si mise a camminare dalla parte del selciato sotto il palazzo del Podesta', rasente al muro, per non scivolare.
Veniva su dalla terra come un lamento gelido, pallido. Si accorse di avere in mente pensieri mezzi bianchi e mezzi neri. Menego, il ragazzino che era venuto a chiamarlo di buonora al convento, fuori a Santa Caterina, gli aveva dato pressa, perche' suo fratellino piu' piccolo stava male sul serio. Il frate aveva raccolto malvolentieri tutte le robe da prendersi dietro per un estremo sacramento che gli crepava il cuore.
Ah, invece il dopodesinare di all'ieri gli aveva lasciato una scia di contentezza, perche' con i piccinini nella scuola del convento si era fatta la festa di Santa Lucia e uno travestito da asinello con un sacco sulla testa, l'altro con il vassoietto e dentro gli occhi, uno piu' piccolino col piatto della farina gialla e la sale, avevano fatto il teatro per l'arrivo dei regali. Frate Amodeo si era vestito su con una maschera da ometto triste e comico insieme, che aveva chiamato Carlotto: due baffetti ridicoli, la tonaca stretta stretta sul petto e anche troppo comoda sotto, pero' che sembrava elegante, due sgalmerone che meta' bastava ai piedi e un bastoncino da appoggiarsi.
I piccinini avevano riso e anche pensato, perche' al frate cappuccino andava bene cosi', dilettando educare, e la maschera di Carlotto ai bambini piaceva tanto.
Anche al Giobatta era sempre piaciuta. "Quand'e' che ritorna il Carlotto?" chiedeva sempre. "E' andato nelle Indie a chiacchierare coi selvaggi primitivi" gli diceva frate Amodeo. E il piccinino a figurarsi navi e foreste, e selvaggi con due teste con cui dialogare non era facile, ma non per il Carlotto, che ne sapeva sempre una di piu'.
Ieri pero' il Giobatta non c'era: si era gia' preso su la polmonite e stamattina, in questo gelo lustro...
Frate Amodeo sospiro', si strinse piu' attaccato al muro delle case per ripararsi dal freddo, desidero' ardentemente che il suo cammino verso la casa dove andava potesse essere eterno, per non arrivarci mai. Non osava pregare, che forse neanche non serviva: se c'e' una giustizia, e se e' buona, non c'e' di bisogno delle mie orazioni, non c'e', pensava.
Il quartiere di Santa Maria, oltre il ponte sul Leno, era silenziosamente sospeso in quel grigio gelato. Il frate abbasso' la testa mentre passava davanti al convento delle Carmelitane, e a vederlo dal davanti veniva fuori dal cappuccio solo la barba. Avrebbe fatto paura a uno che incontrava. Qualcuno c'era bene, era Menego che correva verso di lui: "Fermo, fermo - gridava - non bisogna piu' che vieni a mia casa: ha detto mia mamma che il Giobatta sta meglio e il prete non serve."
Poi il picena scappo' via sollevando scricchi di fanghiglia ghiacciata e pestata dalle zatele svelte, insieme con il totoc delle suole di legno.
Carlotto e' amico dei piccinini, e, se incontra un frate che va a dare un'estrema unzione con l'olio santo del genere che andava quella mattina frate Amodeo, cambia strada e spande una lagrima. Anche frate Amodeo cambia strada e torna indietro. Tira fuori dalla sacca un tocchetto di focaccia avanzata dalla festa di all'ieri e nell'argento gelido, fiatando come un mantice felice, ci ficca i denti avido, di un gusto che basta.

(dalle Storie di frate Amodeo)

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