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Titolo Faranews
 

FARANEWS
ISSN 15908585

MENSILE DI
INFORMAZIONE CULTURALE

a cura di Fara Editore

1. Gennaio 2000
Uno strumento

2. Febbraio 2000
Alla scoperta dell'Africa

3. Marzo 2000
Il nuovo millennio ha bisogno di idee

4. Aprile 2000
Se esiste un Dio giusto, perché il male?

5. Maggio 2000
Il viaggio...

6. Giugno 2000
La realtà della realtà

7. Luglio 2000
La "pace" dell'intelletuale

8. Agosto 2000
Progetti di pace

9. Settembre 2000
Il racconto fantastico

10. Ottobre 2000
I pregi della sintesi

11. Novembre 2000
Il mese del ricordo

12. Dicembre 2000
La strada dell'anima

13. Gennaio 2001
Fare il punto

14. Febbraio 2001
Tessere storie

15. Marzo 2001
La densità della parola

16. Aprile 2001
Corpo e inchiostro

17. Maggio 2001
Specchi senza volto?

18. Giugno 2001
Chi ha più fede?

19. Luglio 2001
Il silenzio

20. Agosto 2001
Sensi rivelati

21. Settembre 2001
Accenti trasferibili?

22. Ottobre 2001
Parole amicali

23. Novembre 2001
Concorso IIIM: vincitori I ed.

24. Dicembre 2001
Lettere e visioni

25. Gennaio 2002
Terra/di/nessuno: vincitori I ed.

26. Febbraio 2002
L'etica dello scrivere

27. Marzo 2002
Le affinità elettive

28. Aprile 2002
I verbi del guardare

29. Maggio 2002
Le impronte delle parole

30. Giugno 2002
La forza discreta della mitezza

31. Luglio 2002
La terapia della scrittura

32. Agosto 2002
Concorso IIIM: vincitori II ed.

33. Settembre 2002
Parola e identità

34. Ottobre 2002
Tracce ed orme

35. Novembre 2002
I confini dell'Oceano

36. Dicembre 2002
Finis terrae

37. Gennaio 2003
Quodlibet?

38. Febbraio 2003
No man's land

39. Marzo 2003
Autori e amici

40. Aprile 2003
Futuro presente

41. Maggio 2003
Terra/di/nessuno: vincitori II ed.

42. Giugno 2003
Poetica

43. Luglio 2003
Esistono nuovi romanzieri?

44. Agosto 2003
I vincitori del terzo Concorso IIIM

45.Settembre 2003
Per i lettori stanchi

46. Ottobre 2003
"Nuove" voci della poesia e senso del fare letterario

47. Novembre 2003
Lettere vive

48. Dicembre 2003
Scelte di vita

49-50. Gennaio-Febbraio 2004
Pubblica con noi e altro

51. Marzo 2004
Fra prosa e poesia

52. Aprile 2004
Preghiere

53. Maggio 2004
La strada ascetica

54. Giugno 2004
Intercultura: un luogo comune?

55. Luglio 2004
Prosapoetica "terra/di/nessuno" 2004

56. Agosto 2004
Una estate vaga di senso

57. Settembre2004
La politica non è solo economia

58. Ottobre 2004
Varia umanità

59. Novembre 2004
I vincitori del quarto Concorso IIIM

60. Dicembre 2004
Epiloghi iniziali

61. Gennaio 2005
Pubblica con noi 2004

62. Febbraio 2005
In questo tempo misurato

63. Marzo 2005
Concerto semplice

64. Aprile 2005
Stanze e passi

65. Maggio 2005
Il mare di Giona

65.bis Maggio 2005
Una presenza

66. Giugno 2005
Risultati del Concorso Prosapoetica

67. Luglio 2005
Risvolti vitali

68. Agosto 2005
Letteratura globale

69. Settembre 2005
Parole in volo

70. Ottobre 2005
Un tappo universale

71. Novembre 2005
Fratello da sempre nell'andare

72. Dicembre 2005
Noi siamo degli altri

73. Gennario 2006
Un anno ricco di sguardi
Vincitori IV concorso Pubblica con noi

74. Febbraio 2006
I morti guarderanno la strada

75. Marzo 2006
L'ombra dietro le parole

76. Aprile 2006
Lettori partecipi (il fuoco nella forma)

77. Maggio 2006
"indecidibile santo, corrotto di vuoto"

78. Giugno 2006
Varco vitale

79. Luglio 2006
“io ti voglio… prima che muoia / rendimi padre” ovvero tempo, stabilità, “memoria”

79.bis
I vincitori del concorso Prosapoetica 2006

80. Agosto 2006
Personaggi o autori?

81. Settembre 2006
Lessico o sintassi?

82. Ottobre 2006
Rimescolando le forme del tempo

83. Novembre 2006
Questa sì è poesia domestica

84. Dicembre 2006
La poesia necessaria va oltre i sepolcri?

85. Gennaio 2007
La parola mi ha scelto (e non viceversa)

86. Febbraio 2007
Abbiamo creduto senza più sperare

87. Marzo 2007
“Di sti tempi… na poesia / nunnu sai mai / quannu finiscia”

88. Aprile 2007
La Bellezza del Sacrificio

89. Maggio 2007
I vincitori del concorso Prosapoetica 2007

90. Giugno 2007
“Solo facendo silenzio / capisco / le parole / giuste”

91. Luglio 2007
La poesia come cura (oltre il sé verso il mondo e oltre)

92. Agosto 2007
Versi accidentali

93. Settembre 2007
Vita senza emozioni?

94. Ottobre 2007
Ombre e radici, normalità e follia…

95. Novembre 2007
I vincitori di Pubblica con noi 2007 e non solo

96. Dicembre 2007
Il tragico del comico

97. Gennaio 2008
Open year

98. Febbraio 2008
Si vive di formule / oltre che di tempo

99. Marzo 2008
Una croce trafitta d'amore



Numero 86
Febbraio 2007

Editoriale: Abbiamo creduto senza più sperare

È un verso inedito di Vincenzo D'Alessio parte di una poesia che riproduciamo nella nota di lettura al volume illustrato dedicato dal nostro al culto di S. Michele Arcangelo. Mi pare un verso di impronta kirkegaardiana: la fede è di per sé legata all'assurdo, dunque più difficile e meno "comprensibile" della speranza. Si può dire la stessa cosa della poesia? Lasciamo la risposta ai lettori che potranno in questo numero "vagare" fra la Confessione di Leela Marampudi e i versi inquieti e inquisitivi di Massimo Sannelli, fra quelli quasi neorealistici à la Zavattini (se mi si perdona la semplificazione) di Luca Ariano o Fabio Franzin o Davide Nota e il saggio di Luigi Metropoli, dalle note idilliche di Stefano Cervini al racconto breve di Mattia Pari, dalla recensione di Franca Mancinelli a Sissa ai versi modernamente epici di Fabiano Alborghetti. Per chi ama (anche) scrivere ricordiamo il nostro concorso Prosapoetica. Buona lettura.

3 poesie (2006)

di Massimo Sannelli

1
in Urbino di altezza in altezza,
in dicembre dolorosamente,
con fatica.

A diversi scene diverse, non
bene appartamenti conchiusi,
bene là i tesori, la vista vede.
è avuta così corona, e non
si capisce. ah, oh – che non scuote
testa, non scrolla braccia, ama
tra le braccia morire, con godere,
fantasia spenta, che fu – non
meno ha messo dita, ruit hora, a Verona
fu posata la testa, forse – a Rimini
baci lunghi: ma è un uomo, che bacia
un uomo.

tutte a Dio sono scene diverse,
in equilibrio. e mi tieni tu?
tu non mi tieni? sei innocente, addìo –
questo, nei rumori, è fatto, meglio alti. Questo
ricostruisce, dopo, l’altalena, la chiusa,
l’ombra necessitata, il luogo.

2
è chiamato angelo l’uomo (TESORO
DELLA CHINA, rovina): per volontà
senza donna e con, non mancata
finora, che: a te, tua strada, la tua
strada va bene. E le mura adorate. E il vetro
di elettronica convince: certezza
che si prende
come si beve – non anima
più viva – l’acqua certa.

3
diversi crosci d’acqua, incredibile;
dopo, il vero filo, spinato all’occhio.
il meglio è corretto, in un balèno, sottile;
belàto straordinario di una
macchina, per questo: i suoi tasti
attuando l’idea dell’acqua,
meravigliosa, già cadere.

Massimo Sannelli (nella foto con Chiara Daino) vive a Genova. Ha pubblicato, recentemente: La giustizia. Due poemetti (d'If, Napoli 2004); Le cose che non sono (e-book, Biagio Cepollaro E-dizioni, 2004 Santa Cecilia e l'angelo (Atelier, Borgomanero 2005), Venti sonetti (La camera verde, Roma 2006); Il nuovo (Cantarena, Genova 2005); e ha tradotto Emily Dickinson, Su un Io Colonna (Cantarena, Genova 2006) ed Eric Suchère, Fissa, desola in inverno (Cantarena, Genova 2006). Con Fara ha pubblicato Philologia Pauli. Il corpo e le ceneri di Pasolini, con uno scritto di Gian Ruggero Manzoni. In internet: www.microcritica.splinder.com

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Communio (cfr. vocativo)
Il nostro modo di conoscere il mondo è un errore linguistico

di Luigi Metropoli

Communio I

A voi, parole (1961) per Nelly Sachs, l'amica, la poetessa, con venerazione

A voi parole, orsù, seguitemi! / Anche se già ci siamo spinti avanti, / fin troppo avanti, ancora si va /più avanti, si va senza fine. // Non vi è schiarita. // La parola / non farà / che tirarsi dietro altre parole, / le frasi altre frasi. / Così il mondo intende / definitivamente / imporsi, / esser già detto. / Non lo dite. // Seguitemi, parole, / che non diventi definitiva / – questa ingordigia di parole / e detti e contraddetti! // Lasciate adesso per un poco / ammutolire ogni sentimento: / che il muscolo cuore / si eserciti altrimenti. // Lasciate, vi dico, lasciate. // Non sussurrate nulla, / nulla, dico, all'orecchio supremo, / che per la morte nulla / ti venga in mente: / lascia stare, seguimi, / né mite né amara, / non consolatrice / né significativamente / sconsolante, / ma nemmeno priva di significato – // E soprattutto niente immagini / tessute nella polvere, vuoto rotolare / di sillabe, parole di morte. // Nemmeno una, / o parole!

(Ingeborg Bachmann)

Rainer Maria Rilke parlava per la poesia di "Wiedergebracht", ossia una sorta di riutilizzo di materiale poetico preesistente, una condivisione che mette in relazione poeti di diverse generazioni e lingue, tale da metterli in comunicazione oltre il tempo, oltre le frontiere: una comunione che riguarda tutti.
Andrea Zanzotto parla, più esplicitamente, di una "communio" di poeti, tanto da arrivare a scrivere a mano dietro il poemetto Gli sguardi i fatti e senhal, stampato nel 1969 in un numero bassissimo di copie (concepito come un libro privato, da regalare agli amici), tali parole al posto del copyright: "Nessun diritto è riservato: magari da me si copiasse / tanto quanto dagli altri ho copiato."
Mi sembra un'intenzione chiara, che colloca la poesia nell'ambito del dono, della circolazione "fraterna" e del rapporto umano.
È proprio di communio che in questo spazio desidero parlare. Ma lo farò esclusivamente con testi poetici. Ebbene, sono partito da una splendida lirica della poetessa tedesca Ingeborg Bachmann. Si trattava di una poesia scritta nel 1961. Leggiamo invece un’altra poesia, scritta nello stesso periodo proprio da Andrea Zanzotto. Si tratta del componimento:

Così siamo

Dicevano, a Padova, "anch'io"
gli amici "l'ho conosciuto".
E c'era il romorio d'un acqua sporca
prossima, e d'una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. "Anch'io
l'ho conosciuto".
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s'affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza.

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m'avvicini.

(A. Zanzotto, IX Ecloghe, 1962)

Le poesie sono accomunate dallo speciale trattamento riservato alla lingua, chiamata direttamente in causa dai due (la funzione metapoetica è preponderante, ma mai disturbante, in ragione di un intimo, viscerale rapporto con la parola, tanto da farla sembrare un attante non dissimile da un essere vitale, come se fosse impastata della stessa vita di cui gode chi le pronuncia) e intesa come materia autonoma (e nello stesso tempo complementare all’uomo), dotata di sostanza propria (nel caso della Bachmann: il continuo rivolgersi alle parole, come fossero dotate di vita e con le quali è possibile avere un confronto verbale, e il considerarle in posizione agonistica rispetto al mondo; nel caso di Zanzotto la semantizzazione di forme vuote del linguaggio: il caso del "né che negava"). Ma soprattutto mi pare evidente il farsi della poesia come progressiva negazione, secondo un processo generativo di segno non-positivo, rispondente ad una logica apofatica (i "non" e i "né" non si contano nelle due poesie).

Gli elementi comuni sono palesi nelle strategie compositive. Se guardiamo alle date ci accorgiamo che siamo in un clima condiviso dai due poeti. In questo caso più che di Wiedergebracht (la relazione temporale è di senso orizzontale) si può parlare di approdo, in parallelo, ad un risultato simile. Il nulla viene più volte nominato, elevato a sostanza della creazione, motore da cui tutto procede. Le parole stesse recano in seno il segno inequivocabile della sua presenza (o forse si direbbe, assenza), come germe costitutivo della loro materia, concessa all’uomo quasi in un processo genetico che tiene conto della formazione delle cose (e, di conseguenza, delle parole). La parola determina, con la sua presenza, il primo atto separatorio (il verbo distingue, individua, dice che cos'è uno e cos'è un altro una volta per sempre), quindi si dà come sottrazione a un’originaria unità: sono i prodromi della futura Babele. La lingua è svuotata dall'interno e non significa a sufficienza, cede di fronte al referente concreto. Il nulla è comunque “qualcosa”, solo che lo è in un'algebra che tiene conto dei numeri relativi e del segno meno.

Communio II

All’amico, al poeta, all’uomo f.m.

Propongo questi due capolavori di Paul Celan.Certo, Celan è uno di quei poeti nei quali il lato biografico, la sua appartenenza ad un popolo, ad una lingua "straniera" e ad una storia sono componenti più che mai fondamentali alla comprensione dei testi. Tuttavia la sua relazione (termine quanto mai improprio per un poeta con tale vissuto, con tali origini…) con quel determinato periodo storico è evidente al di là dei riferimenti biografici.

Salmo

Nessuno c'impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
E' per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.

Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.

Con la stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

***

Tubinga, Gennaio

A cecità con-
vinti occhi.
Il loro - «enigma
è un'origine pura» -, il loro
ricordo di
torri Hölderlin riflesse, tra
gabbiani sfreccianti.

Visite di marangoni affogati
con queste inabissanti
parole:

Venisse,
venisse un uomo,
venisse al mondo un uomo, oggi,
con la barba di luce che fu
dei patriarchi: potrebbe,
se parlasse di questo
tempo, solamente
bal-balbettare
conti-, conti-,
nuamente, mente.

("Pallaksch. Pallaksch.")

(P. Celan, La rosa di nessuno, 1963).

Un paio di note.
Ancora 2 poesie contemporanee alle due precedenti. Ancora una volta un poeta di lingua tedesca (come la Bachmann), sebbene ebreo della Bucovina (attuale regione della Romania), nonché amico della stessa Ingeborg. Se per le poesie precedenti si parlava di procedimenti apofatici, la prima di Celan finisce per negare addirittura il motore primo della creazione, dunque radicalizza quanto gli altri due poeti avevano affermato (o negato?) principalmente attraverso procedure formali. Il "né che negava" e i tanti "non" sono diventati "Nulla" e "Nessuno", in qualche modo superlativizzati. Se si pensa che queste liriche non sono casi isolati nell'intera produzione dei poeti presi in considerazione (si veda, a mo’ di esempio, questo passo di Zanzotto:
"No, io non mi sono ancora / no, io non mi sono nata / no, io nido nodoso di no diamante di mai / no, io sono stata il glissato a lato / no, io non ero la neve né la selva né il loro oltre" e lo si confronti con "Noi un nulla / fummo" di Celan, o si pensi a liriche come Estraneità e ancor più Enigma della Bachmann, tanto per fare alcuni dei tantissimi esempi che qui non posso citare per questione di spazio e di tempo), allora si potrebbe sospettare almeno una comunanza di orientamenti. Nella seconda lirica, il verso di Celan si scopre balbettio, incapacità a dire (Zanzotto ne fa addirittura un punto cardine della sua produzione degli anni '60). L'uomo che Celan invoca per i nostri tempi e al quale non resterebbe che balbettare è il grande poeta romantico tedesco Hölderlin. Se, ancora, si pensa che Pallaksch era una parola inesistente pronunciata dallo stesso Hölderlin durante la sua follia e il cui senso si orientava talvolta verso l'affermazione "sì" e talvolta verso la negazione "no", allora è ancora più chiaro un rapporto problematico di Celan con la lingua, con la sua intrinseca proprietà ancipite, il suo recare un senso affermativo che le viene intimamente sottratto. Ancora una volta si ravvisa una comunanza (sebbene per motivi talvolta differenti o comunque declinati in modo personale) a Zanzotto e alla Bachmann. Da qui alla difficoltà dell'essere al mondo il passo è talmente breve che rischia di apparire banale.


Communio III

Rosa, oh pura contraddizione, piacere
d'essere il sonno di nessuno sotto tante
palpebre.


27 ottobre 1925
Rainer Maria Rilke

Un concentratissimo, stringatissimo grumo di parole alle soglie del silenzio. Ed ecco la Rosa di nessuno di Celan, eccola qui, consegnamola nelle mani di chi ne è proprietario. Un autore immenso nel panorama poetico del '900 e rigorosamente appartato nel suo percorso. Celan lo amava, tanto da "prelevare" da lui il titolo di una sua raccolta. In Zanzotto, specie nelle prime raccolte, la sua presenza si fa sentire sia in epigrafe che in echi piuttosto evidenti.
La grande poesia futura passa da lì, da questo praghese di lingua tedesca. Rilke annulla ogni riferimento concreto e quella che può essere un'immagine (la rosa, le palpebre) non è altro che il rifiuto categorico di ogni rappresentazione. Poesia come pura smaterializzazione della parola (se ce ne fosse ancora bisogno).
Anche la poesia è il "sonno di nessuno", la sfumatura delle cose. Tutto è in penombra e necessariamente avvolto dal silenzio, dal quale erompono queste parole. Il significato di tutto si perde nella delicatezza di un bagliore che ritorna a, e comunica, se stesso, nell'urgenza di squarciare il non-detto, in una dinamica di affetti mostrati nella loro incorrutibile purezza immateriale. La purezza, nell’aggettivo adoperato da Rilke è reiner (pronuncia rainer, che indica un nome: la purezza è un refuso nel nome del poeta, è una formula che ambiguamente si insinua nell’assenza di materia, ciò che è puro è quel che viene sottratto, il residuo di un qualcosa di perduto). La parola cerca di rimediare all’errore primo, al segno della separazione, alla contraddizione interna che essa stessa reca: e si dà pura.
Ci si trova con questo componimento di Rilke (scelto dall’autore come epigrafe tombale) in un caso di communio, in cui la relazione temporale è di senso verticale.

Ein Zeichen sind wir, deutunglos (communio IV)

Negazioni, sottrazioni, slittamenti di senso. Ma ora un passo indietro nel primissimo Ottocento. Il testo che leggeremo, nella traduzione di Luigi Reitani, in qualche modo sembra contenere già gli studi di linguistica condotti da Saussurre, per non parlare di una possibile matrice lacaniana a sottendere il tutto. Ecco l’origine della negazione delle negazioni in poesia (a meno che non vogliamo spingerci fino a Petrarca... altro terreno fertile, in cui l’assenza,e con essa la negazione, è eletta a principio primo dell’universo), il mancamento di senso, la sfiducia nella capacità comunicativa "piena" della parola. La divisione definitiva tra essere e verbo, tra essere e ente.
In più si osservi il verso: “quasi abbiamo / perso la lingua in terra straniera”: sembra quasi un anticipo di Celan, almeno sul lato del vissuto: una sorta di profezia. Tuttavia non è la figura sacerdotale di Hölderlin che si vuole investigare, bensì la sua capacità di restituire all’umanità un segno del disastro tra il significante e significato che la lingua, in quanto portatrice di separazione (“un dissidio è nel cielo”) nella sua furia del nominare, ha provocato sulla terra: l’abilità di Hölderlin di scavare nella parola ha fatto sì che egli non mostrasse, ma compisse nella lingua ciò che sistematicamente è stato studiato oltre un secolo dopo. Hölderlin non descrive, bensì forma (o meglio de-forma) la lingua, la forza a, la costringe all’interno della sua contraddizione.
La lingua è il “dissidio”, è l’eresia dell’uomo e, prima ancora, l’errore di Dio nel momento in cui l’atto di creazione è completato dal principio di individuazione che l’uomo con la parola compie nei confronti delle cose. Qualcosa non torna, c’è un’ostinazione nella parola a rifiutare la mimesi del creato. Qualcosa viene perso, viene separato, costringendo la lingua a viaggiare su di un terreno vago e sdrucciolevole e la realtà a vedersi privata di una sostanza che, francamente, non le è mai stata propria. Se origine vi è stata, non ha mai contemplato un’unità.
Un nihil urlato con soggezione, mit Unterthänigkeit.
Inutile ribadire che Hölderlin è punto di riferimento fondamentale per Celan e Zanzotto, citato più volte da entrambi (direttamente e indirettamente, consapevolmente, in una vera e propria communio poetica: Zanzotto, in particolare, cita l'incipit di questa poesia nel suo componimento Sì, ancora la neve: "siamo un segno senza significato").
Mi si permetta solo una nota: il testo La ninfa è rimasto in stato di frammento e l'autore, già vittima del suo ottenebramento, l'aveva scartato; è una delle versioni della poesia Mnemosyne. Trascrivo alla meno peggio quella che Luigi Reitani ha inserito nella curatissima edizione dei "Meridiani".

La ninfa

Un segno siamo, senza spiegazione
Siamo senza dolore e quasi abbiamo
Perso la lingua in terra straniera.
[Quando infatti
Alto sugli uomini
Un dissidio è nel cielo e maestose
Vanno le lune (?) parla (?) infuria
Anche il mare e i fiumi (?) devono (?) hanno

Il s
Cercarsi la strada]
Quando infatti è dissidio sugli uomini
In cielo, e con passo maestoso
Incedono le costellazioni, cieca è la fedeltà, ma quando
Sulla terra si china il Migliore, proprio diventa allora
Il vivente, giacché
e trova la sua terra
Lo spirito. Uno
Può ogni giorno

e vibra la scrittura e
E vibra il foglio
allora querce spirano vicino
A nevi perenni,

(F. Hölderlin, La ninfa)

(Luigi Metropoli è un appassionato di poesia e acuto critico letterario, il suo sito – dal zanzottiano nome è Vocativo

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Liriche

di Stefano Cervini

Or non son più gli strilli
di gioia ingenua, i balbettii,
le corse pazze, le parole
smozzicate; ora
sei grande! ed in più quieti
sorrisi rassereni.
E così il tempo nostro,
che pure passa, diventa una tua,
una nostra, lucida gioia.

Alla Raticosa

Sopra colli calvi
brucia rada erba
una candida brina
nei rigori d’inverno.

In questa vita attenuata,
dai palpiti radi,
nello spazio vasto attorno,
mi sovviene di te,
volata via un tempo
altrove.

***
......
e la parola ch’è tarda
come un corpo antico
fassi asciutta e scarna:
parola che incarna,
autentica sorgente,
un’incarnata anima.


Evocazioni

Il passo che proviene
dalla serra sì lieve,
non è felpato dalla neve, è ancora
tua vita, sangue tuo nelle mie vene.

(E. Montale – Le Occasioni, Mottetti)

Guardo ora questo fuoco
che ancora tu
con le stesse mie braccia
accendi e rovere secca
getti nella brace viva
a ridestarne la fiamma,

così come un tempo solevi fare.

Per questa via,
con gli stessi aviti gesti
comunichiamo noi adesso
in un presente più vasto.

***

Si fa oramai l’età
in cui la spinta propulsiva
scema.

Sento ora le mancanze,
ingiuste sempre
e malinconiche,
e più facile m’è la pietà.

***

Or son quasi otto lustri
che uscii dal paradiso terrestre.

Per un poco la manna
m’è piovuta in capo
ed ora invece
mi fatico il pane.

Eppure prima
c’è stato chi
anche per me
se l’è sudato.

A buon rendere!

Stefano Cervini è nato a Varese nel 1965 e vive a Bologna. Si èlaureato in Psicologia del Lavoro a Padova nel 1992. Dal 2001 è socio del Mensa Italia. Ha cominciato a scrivere nel 2003. È stato segnalato dal concorso Pubblica con noi.

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Nuove poesie

di Luca Ariano

Ti sei preso un biglietto
– ovviamente di sola andata –
per il viaggio della speranza,
nella tua pervicacia da fiulino.
Ancora lei mischia i fumi del bicchiere
– con il bancomat di papà,
e quelle scuse tardive, per educazione
paiono grottesche.
S’imbrunisce il sorriso nel tempo
come ti hanno incupito l’espressione:
bisogna nascondere in fretta il frutto
del peccato e troppo pane caldo
in questa stagione
per quelle mani anoressiche.
Ti offriranno un letto in tarda età,
una tarda sera, senza nemmeno pagare:
fermarsi mentre le parole risuonano
nella chiesa e quella pacca lascia
l’impronta sul cappotto;
ti racconterai a uno sconosciuto
che già s’è scordato la tua storia:
tanto domani s’ammazza!

***

Ma che avete da ridere sguaiati,
un po’ caciaroni come tredici anni fa?
Solo che stasera è sulla vigevanese
e ha appena finito di piovere:
– Noi non eravamo così, lo sapevamo
di fare gli stupidi…
e lo incalzi con quel tono conservatore,
come se fossi tuo padre,
– in fondo è passata solo mezza generazione.
Il tuo romanzo in versi procede nel ritmo
abituale e già sai quando ci sarà un punto
o l’inarcatura;
alle dodici per le vie del centro odori
lo sfrigolio di torta fritta e lo scintillio
della lama sul culo del salame e fette
a scivolare come foglie.
Al tavolo ancora impanati di calce
si lamentano del malgoverno
– li avresti chiamati qualunquisti –
e annuisci sorridendo al pensiero del suo profumo.

***

Una cioccolata delle cinque
scemata in un aperitivo alcolico,
nello scambio di regali prenatalizi,
postcompleanno, appena scoccata l’ora.
Tu racconti – o meglio scrivi,
le loro miserie, con tono da farsa,
ma tra un decennio, da comparsa,
potremmo diventare protagonisti.
Quelle strade misconosciute
sono un terrapieno
nell’aria soffocante della festa.
Davanti a quel marmo non porti
nemmeno fiori finti, o una composizione
floreale di foglie secche:
avresti dovuto portare in dote un sorriso,
un volto – o che ne sai,
mani lisce, ma la la tua promessa
è uno spot fuori onda.

***

Le si sono ingrossati i fianchi
– e certo anche tu non sei un fiore,
non avete mica più i petali
dei vent’anni ancora da sbocciare.
Anche lei ti dirà che non l’hai saputa
capire..che non sei arrivato
nella giusta stagione quando gli alberi
sono ancora in secca.
È inutile: l’odore delle tue orme
si sente lontano un miglio
e non ti rimane che sederti
su quelle risate abusate, banali
per distendere la pelle e aprire i polmoni.
Non sarà certo una sequenza alla Monicelli,
un finale alla Capra
perché poi svegliandoti con la stanza che ancora
puzza di scuro – e tra poco busseranno i chiarori,
non potrai evitare il fumido della città.

***

Chiudi in fretta gli scuri
di quel tuo abbaino
prima che la luna
– in una notte senza nebbia,
veda la febbre che ti prende
come un crampo allo stomaco.
L’Elio telefona ogni santa mattina
all’ora di pranzo
– appena buttata la pasta
e spento il sugo asciugato,
e ti tiene un ora a raccontarti
di quel nuovo dolorino, dell’esito
negativo della tac… tic nevrosi,
della ricetta da farsi fare;
un pomeriggio il telefono muto
fino alle 15: hanno trovato l’Elio
addormentato come un bambino sognante.
Lei usa il cellulare come una terza mano,
sesto dito di polpastrelli consumati
e un sorriso o una parola li getta
nella confusione come un preservativo usato.
In segreto progetta di partire tornando famosa
per essere salutata al caffè in piazza
e stimarsi sulla bocca di tutti:
copione mai scritto di miserie di provincia.

***

In uno zapping selvaggio insonne
un film erotico anni settanta
scontato e ridicolo e poi un cartone
di robot anni ottanta;
i tuoi piccoli eroi nelle mattine
prescuola o tuo padre in divisa
con le mostrine lucenti
e la grande pistola nera scintillante.
Le strade della metropoli all’alba
sono larghe di gente che rincasa
e in quella casbah di mura scrostate
e rifiuti all’angolo delle porte
il suo triplo mento è imbarazzante.
I tuoi scrupoli quando il ghiaccio
s’arriccia sul tetto e la brina della tua via
dura fino a giorno inoltrato;
c’è un bosco tra Lodi e Casalpusterlengo,
di pioppi che chissà da quante stagioni
accarezzano quel soffio di partenze improvvise.

***

C’è da mangiare per un reggimento
– non finiremo mai tutto:
anno nuovo nuovo taglio,
nuovo contratto,
vecchie stoviglie da buttare,
abiti rossi da indossare.
C’è odore di pizza appena sfornata
e calata la parte di psicologa
si lascerà andare sul divano.
Quei larghi viali la notte erano
il rassicurante passo di amici
ma la testa ancora altrove
alla tua solita buona novella.
Lontano il rumore di spillatici,
colla e pelle: solo imposte cadenti
d’intonaci graffiati e tra luci mal illuminate
c’è da affrettare il passo verso casa.
I suoi versi sono un dolce risveglio
non quel curaro che usi per condire
sorrisi imbigiti o gocce di foschia;
quelle rose nel deserto lui proprio
non sa coglierle, non si ricorda più
come donarle e quel bigliettino
è una poesia in bianco

Luca Ariano (nella foto con Alex Celli) è nato nel 1979 a Mortara (PV), è cresciuto a Vigevano e dal 1998 vive a Parma. Ha pubblicato nel 1999 la raccolta di poesie Bagliori crepuscolari nel buio presso Cardano di Pavia. Numerose sue poesie sono apparse su riviste tra cui La Clessidra, Il Foglio Clandestino, Ciminiera, Tabard, siti e blog letterari in internet tra cui Faranews, FuoriCasa.Poesia, La poesia e lo spirito, La costruzione del verso, LiberInVersi e su antologie tra cui Oltre il tempo/Undici poeti per una Metavanguardia, curata da Gian Ruggero Manzoni (Edizioni Diabasis, 2004) e La coda della galassia, a cura di Alessandro Ramberti, (FaraEditore, 2005). Nel 2005 è uscita la sua seconda raccolta di poesie Bitume d’intorno, con la prefazione di Gian Ruggero Manzoni (Edizioni del Bradipo di Lugo di Romagna).

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Non rispose

di Davide Nota

Fuoco

1.

Se pure ti avessi incontrata, vita
sarei rimasto immobile, incapace
a piangere come di fronte a un morto…

Sotto un fiotto di luce se ne stava
col suo camice bianco di angelo
o di dottoressa.
Balliamo dai ‘sta sera
sono allegro come un bambino, ehi
mi riconosci? TUZ TUZ

Noi tutti sui divani a far l’amore
con noi stessi, a premere le mani
sui sessi solitari…

Salutiamoci così, senza lacrime né baci.
Basti una stretta di mano a dirsi addio,
una pacca sulle spalle da padre antico…


2.

Con ali di cemento armato tornerà
il domani a coglierci, di nuovo
impreparati a una seconda vita.


3.

Non rispose.
Morimmo sotto braccio, in overdose
nel gabinetto di una discoteca marina.

I nostri corpi tra due fuochi, fuori
la tragedia mattutina, sopra di noi
il bianco neon della cabina.

Così ci salutammo, nello specchio
per ridere di noi nella rovina
come pazzi abbarbicati al secchio
dell’immondizia…

(Il cliente selezionato non è al momento…


Si parlerà domani di eroina
o di problematiche legate al vuoto
del mondo giovanile…

E muto riuscii a prenderti, selvaggia
maestà delle Puglie: ti chiamo
selvaggia maestà de li mari: li scogli
o l’oblio, il creato e nisciuna: che ridere

amore mio che ridere l’infinito che si scaglia
oltre il parcheggio abusivo.


Materia

Mi ti conficco come gambo o ramo
in questa zolla nera d’acqua e terra
in questo varco illuminato appena
da un raggio verde e blu di lampadina.

Sprofondati tu carne tu rovina
rapisci scava e tieniti tu fallo
a questo tronco tumefatto, la collina
è un covo rosso che distilla fango.

Ti apparirà nel cielo un falco viola
enorme sopra te a disseppellire
dalle tue carni pietra e dalla gola
calanco d’ombra e sete un fiume vile.

Davide Nota è nato a Cassano d’Adda (MI) nel 1981, da padre lucano e madre marchigiana. Risiede dalla prima infanzia ad Ascoli Piceno dove è stato redattore del trimestrale letterario «La Biblioteca di Babele» [2001-2004] e del foglio quadrimestrale di poesia e realtà La Gru [2005-2006]. Dal 2003 suoi testi sono apparsi su diverse riviste (tra cui Atelier e «Lo specchio della Stampa») e antologie di poesia contemporanea. Nel 2005 è uscita per le edizioni LietoColle la sua prima raccolta poetica, Battesimo, con una nota introduttiva di Gianni D’Elia. Dal 2006 dirige il blog di poesia impura Carta sporca. In corso di stampa per la casa editrice Zona la sua seconda raccolta poetica, Il non potere, con una lettera prefatoria di Luigi Alberto Sanchi.

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Confessione

di Leela Marampudi

Per una strana luce
Vivo una nuova marea

Stella a giorno
In un pomeriggio d’inverno
Accendimi la luce della finestra
Ti prego

Il soffitto, le pareti, le finestre. Tutto era decorato in un modo nauseante. Sentivo una solennità così forzatamente innaturale, da far sembrare che dietro a tutto quello sfarzo ci fosse un nulla. Un nulla ricoperto da speranze di disperazione.
Io, mi ero preparata come una bambina (ero una bambina, avevo sette anni) che pensava di andare ad una festa di paese fatta di sorrisi e, invece, si era trovata ad osservare qualcosa così tanto vestito esteriormente da nasconderne il contenuto e che quindi poneva la domanda: “Chissà cosa ci sarà dentro?”
Ma forse, a parte me, nessuno se lo chiedeva, perché la speranza di ciò che potesse esserci, quella speranza che gli faceva da vestito, già era conferma di ciò che ci si aspettava contenesse.
… uhm… una chiesa gotica, altissima, ed io una piccola bambina.
Guardandomi attorno mi accorsi che lì dentro ero la più piccola. Lì, nessuno poteva vedere o non vedere come me. Per questo, quando entrò il prete, padrone del suo palco, mi misi in punta di piedi sull’inginocchiatoio, osservando in modo diverso dagli altri cosa accadesse.
Lui disse qualcosa che non riesco a ricordare…

Per una strana luce
Vivo una nuova marea
Stella a giorno
In un pomeriggio d’inverno
Accendimi la luce della finestra
Ti prego

Il prete parlava ed io iniziavo ad annoiarmi in quella spenta, anziana, concezione di ritrovo, quando da uno dei primi banchi si sentì qualcuno urlare e poi un altro e un altro ancora… alcuni sorreggevano queste persone che, come in preda alle convulsioni, perdevano schiuma bianca dalla bocca: saliva shakerata, mischiata a quella disperazione che si sentiva nell’aria. Questo squallido e macabro cocktail veniva vomitato su un pavimento freddo. Grigio. Solitamente a me piaceva camminare a piedi nudi, a casa cercavo di farlo appena possibile, ma lì… mai avrei tolto le scarpe per sentire il contatto con la terra. Dietro alle mie spalle sentii strani commenti: alcuni analizzavano in bisbigli ciò che accadeva. Grazie a loro iniziavo a capire qualcosa anch’io. Quello, era un prete speciale, il suo nome era Esorcista. E chi piangeva e stava male era cattivo, era satana. Anche a me veniva da piangere, così cercai di trattenermi. Non volevo essere satana, non volevo deludere nessuno. Mi girai per vedere chi continuava a parlare, perché le voci basse mi facevano venire, sempre più, brividi di paura, di accusa. Due uomini mi guardarono negli occhi e vidi il tentativo di analizzare il momento per staccarsi dall’angoscia di essere risucchiati in qualcosa che li avrebbe condannati a vita come male. Anche loro. Tutti, lì dentro, come me, avevano paura di scoprirsi satana. Sembrava una prova del nove per la propria anima. Ma perché? Scacciare da sé delle colpe? Ma se non ne hai, forse una situazione del genere ne crea. Perché mi avevano portato in quel posto? Oltre al mio terrore, sentivo anche quello di chi mi stava attorno, o forse il mio era semplicemente prendermi quello degli altri. Io non ero ancora in grado di analizzare e sentivo che mi veniva sempre più da piangere… Alla fine non piansi, ma so che avrei potuto. Un segreto che non confidai. Perché? Mi sentivo… ero satana? No. Avevo paura, ero spaventata… quella paura la sento ancora dentro di me, fa parte di me, e quindi, purtroppo, non posso fare a meno di crederci, anche se ora so che è stata creata. Ah! Quel prete poi la chiesa lo scomunicò come ciarlatano. Decisero che non era altro che un buffone di corte, e ha generato pure una nuova setta religiosa non approvata dalla sua ex comunità. Potrebbe sembrare una rivincita interiore. La conferma che nessuno era satana, nemmeno io. E invece no… i giudici della comunità alla quale appartenevamo potevano pure averlo stabilito, scomunicandolo, ma per un'altra comunità e per il pensiero di quell’uomo, forse eravamo tutti male. E chi era nel giusto? … e così, il senso di colpa è rimasto, tornando, urlando come in una chiesa gotica non appena qualcuno fa leva sulle mie ossessioni. Purtroppo c’è chi gioca coi sensi di colpa altrui, per allontanare i propri o per sentirsi nel giusto, essere bene… quando incontro questo tipo di persone… io… io credo ancora di essere cattiva.

Stavo mettendo a disagio il mio anziano interlocutore, che probabilmente non si aspettava quel tipo di confidenze. E allora perché avevo parlato così? Lui mi aveva chiesto di poter leggere, dentro me, la mia storia. Ingenuamente, pensava fosse qualcosa di più semplice e, dovendo trascorrere del tempo insieme… forse voleva parlare del più e del meno. O forse… forse voleva farmi parlare per reale attenzione per il prossimo? Lui, aveva avvertito il mio desiderio di esistere in quel pomeriggio? Comunque, ora notavo un disagio. Avrei dovuto parlare di me con la superficialità da convenevoli? Un equilibrio per quella chiacchierata. Un equilibrio che, però, avrebbe dato poco valore alla mia soggettività, a ciò che sono. Sarebbe stato come raccontare la mia vita senza me come protagonista… guardai il mio interlocutore cupo e capii di essermi isolata tra i miei pensieri, abbandonandolo in quell’imbarazzo che la mia storia aveva creato.

Per una strana luce
Vivo una nuova marea

- Scusi!
Lui, come riprendendosi da uno choc:
- Per… perché dovresti scusarti?
Silenzio. E poi, con tono pacato: - Scusa tu, perché ti è stato fatto del male.
Lo guardai dubbiosa. Si sedette più vicino a me, con indosso il suo ingombrante giaccone che non si era ancora tolto. Mi prese la mano. La sentii caldissima.
- Quanti anni hai? - mi chiese.
- Diciannove - risposi.
Sorrise teneramente ripetendo: - Diciannove…
E poi: - Sei una bambina tanto arrabbiata, vero?
Non risposi, allora continuò: - Pensa a quel giorno: ti sembra vicino ma è lontano. Pensa al legno della panca di quella chiesa… a quando lo hai toccato per metterti in piedi sull’inginocchiatoio: guarda le tue mani.
Guardai i miei palmi.
- Le tue mani non ricordano di aver toccato quel legno quanto i tuoi ricordi. La rabbia, l’orgoglio, la ribellione: sono un pensiero. Rimangono solo i fatti. E il rancore scompare, nei fatti. Non farti imprigionare da un’ideologia non sentita, per paura di vedere che sei già fuori da quell’episodio.
Poi, stringendo di più la mano: - Non fidarti del tuo desiderio di immedesimarti in ciò che è passato: ti porta lontana da te stessa… Ti prego.
Non capii, ma riecheggiò dentro di me: "Il rancore scompare, nei fatti."
La bobina si riavvolse. E le immagini, ora, erano lettere asciutte. Un elenco di fatti vissuti da un’altra.
Fu in quel momento… mente lui mi stava spostando una ciocca di capelli dietro ad un orecchio, che mi accorsi…
Ma come?
Stavo piangendo.

Stella a giorno
In un pomeriggio d’inverno
Accendimi la luce della finestra
Ti prego

Mi asciugò le lacrime, dicendomi: - Anch’io ho pianto per quella bambina. Per questo… Ti prego.
E poi: - Ora devo andare.
Allora gli toccai le palpebre e in un dolce tono ironico gli dissi:
- Adesso tocca a te.

Prima di entrare nella stanza del dentista, tolse il giaccone, appendendolo di fianco al mio in sala d’aspetto. E lì vidi, con lo sguardo che stava rimettendo a fuoco le immagini ancora un po’ umide, sul colletto della sua camicia nera, una piccola fascetta bianca.

Mary Leela Peverelli è nata a Bhimavaram (India) nel 1975, adottata, vive a Cadorago in provincia di Como. Dopo aver conseguito il
diploma di grafica e illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design, ha lavorato come web designer per il Politecnico di Milano. È stata
protagonista del cortometraggio “Acque”, realizzato per conto del Settore Sviluppo e Ricerca Mediaset, premiato nel 1999 al Genova Film Festival. Ha lavorato come operatrice al montaggio a diversi cortometraggi, tra cui “Due dollari al chilo”, presentato alla 57° Edizione del Festival Internazionale del Cinema di Venezia
e “La sera dell’ultima”, vincitore al Festival Annecy Cinéma Italien 2004. Nel 2006, con lo pseudonimo di Leela Marampudi, appare come autrice del racconto Kamala, selezionato nell’ambito del concorso letterario “Lo Sguardo dell’Altro” indetto da Traccediverse Editore. Mal bianco è il suo primo romanzo.

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Care creature

di Fabio Franzin

Nel dialetto Veneto- Trevigiano dell’Opitergino-Mottense


‘Sta zhièsa de lauro
che córe drio ‘l viàl

e ‘e só fòjie cussì fisse
che tamisa ‘l ciaro tornà

fòra alt dopo ‘l tenporàl.
Tut un tapéo de sintìe sora

‘l marciapìe, pa’ farme sintìr
un re, mì, che passe par de ‘à

co’ sol dó, trè paròe sconte
tee scassèe e schèi nianca un fià?

(Questa siepe d’alloro / che orna il viale // e le sue foglie così fitte / che filtrano la luce riapparsa // gloriosa dopo il temporale. Sparge un tappeto di scintille sopra // il marciapiede, per farmi sentire // un re, io, che passo di là // con solo due, tre parole nascoste / nelle tasche e di soldi neanche l’ombra?)


Còss’ che ‘l pensésse
là, pers in mèdho tut
chel prà de strafòjio

e chissà se ‘l se sintìa
pì stranbo o diverso,
chel quadrefòjio cèo

che mé fiòl me mostra
strent tii só bei dedhìni,
tut contento de ‘verlo

catà pròpio lu, che
pròpio a lu ghe sie
tocàdha chea fortuna

chissà se la sinte, lu,
chea gioia, chea scossa
che passa fra pèl e paròea?

(Chissà cosa avrà pensato / lì, perso in mezzo all’immenso / prativo di medica // e chissà se si sentiva / più strano o diverso, / quel minuscolo quadrifoglio // che mio figlio mi mostra / stretto fra le sue piccole e belle dita, / fiero di averlo // trovato proprio lui, che / proprio a lui sia / toccata quella fortuna // chissà se la avverte, esso, / quella gioia, quella scossa / che passa fra pelle e parola.)

O ‘sto fil de ariéta
fresca, ‘sto fss che
pròpio ‘dèss passa

fra ‘e fòjie dea piòpa,
che le vòlta a tremàr
el só arzento contro

l’àrzene alt tel fiume;
par squasi ‘na vose
lontana che ciame

indrìo un sentimento,
o ‘a ssia de un sóeo
sol, misterioso. I grìsoi

che suìto fiorìsse tea pèl,
no’ se sa se par grazhia,
paura, o carézha de Dio.

(O questo filo di arietta / fresca, questo fruscio che / proprio ora scorre // fra le foglie del pioppo, / che le storce a tremolare / il loro argento contro // l’argine alto sul fiume; / sembra quasi una voce / lontana che chiami // indietro un sentimento, / o la scia di un volo / solitario, misterioso. I brividi // che rapidi affiorano sulla pelle, / non si sa se per grazia, / paura, o carezza Divina.)


Oh, ‘verlo vist da vizhìn
‘na volta, ‘l lanp, inpizhàr
un crèp zal tel cel scuro

ardér e farse radìse fra
‘e rame del saézh, lavìa,
tel canp; che’l paréa parfìn

revèss, come se l’ fusse
sparà su daa tèra, e cussì
fiss farse, po’, ‘l siénzhio

prima dea tonedhàda; osèi
soeàr via, a s.ciàp. Saéta
che i dise te sie tì, caro Dio

a lanciàr, co’l deo che mostra
a colpa tut intrincà, un sig
e sàg a sbregàr l’aria, ciaro

segno dea tó potenza: che
se sol te voésse… O scossa
pa’ farne capìr un calcòssa?

(Oh, averla vista dappresso / una volta, la folgore, accendere / una crepa gialla nel cielo buio // fiammeggiare e farsi radice fra / i rami del salice, laggiù, / nella campagna; che sembrava persino // rovesciata, quasi sorgesse / come tracciante dalla terra, e così / fitto farsi, poi, il silenzio // che anticipa il tuono; uccelli / volar via, a stormi. Saetta / che dicono sia tu, caro Dio // a scagliare, col dito indice ritto / e accusante, una / serpentina a squarciare l’aria, luce // che dice la tua potenza: che / se solo decidessi… O scossa / per farci intendere qualcosa?)


Chii pòri resti de bestiòea,
chii quatro osséti sbiancàdhi
dal sol che incùo ‘ò catà là,
fra l’erba alta e zaea sora
l’àrzene; stàdhi past lontàn
de calche martorèl o falchét

segni crudèi de una dee tó lèji,
de un dei tó disegni del destìn
caro Dio, una e cheàltra creature
che ne insegna come che ‘a sie
sempre te un caìbrio precario
‘sta vita, drio ‘l fil che passa

bass fra pase e vióenza, fra fame
e denti. Trazhe che dise ‘l lanp
de un aguàto, dea lòta za persa,
l’agonìa de zhatìne che raspa
te ‘sta tèra che se ferma ‘dèss,
océti sbaràdhi a l’aqua che tase.

(Questi poveri resti di bestiola, / questi quattro ossicini sbiancati / dal sole che oggi ho intravisto lì, / fra l’erba alta e giallastra sul colmo / dell’argine; stati pasto lontano / di qualche rapace // segni crudeli di una delle leggi che ci imponi, / di uno dei tuoi disegni del destino / caro Dio, una e l’altra creature / che ci insegnano come sia / sempre in un precario equilibrio / questa vita, lungo il crinale che passa // basso fra quiete e violenza, fra fame / e denti. Tracce che ci dicono il guizzo / dell’agguato, della lotta già inutile, / l’agonia di zampine che raspano / terriccio immobile ormai, / occhietti sbigottiti all’acqua che tace.)

Fabio Franzin è nato nel 1963 a Milano. Ma dall’età di 6 anni si è trasferito nel paese natale del padre: Chiarano, e, successivamente, a Motta di Livenza, in provincia di Treviso. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: EL COEOR DEE PAROE scritto in Opitergino-Mottense, con la prefazione di Achille Serrao (Zone, 2000); nel 2003, presso Ecig IL CENTRO DELLA CLESSIDRA (Premio “Ugo Foscolo 2002” con giuria presieduta da Giuseppe Conte; nel 2005, la raccolta CANZÓN DAA PROVENZA (e altre trazhe d’amór) (premio “Edda Squassabia 2004” in giuria Franco Loi, Umberto Fiori, Ernesto Treccani) Fondazione Corrente, Milano; ancora nel 2005, IL GROVIGLIO DELLE VIRGOLE premio “Sandro Penna 2004 sezione inedito” con introduzione di Elio Pecora, Stamperia dell’arancio. Nel 2006, ancora in dialetto PARE (padre), con introduzione di Bepi de Marzi, Helvetia. Per la narrativa: LÀ, DOVE C’ERA L’ERBA, testo finalista al premio “Italo Calvino 2003, Filca Cisl. Il racconto “Lettera ai prati” è presente nel volume IL VENETO DEL FUTURO. Sogni e visioni. Dieci racconti, edizioni Marsilio-Corriere Veneto, 2005. Sue poesie sono apparse in numerose riviste e antologie e sono state tradotte e pubblicate in inglese, cinese, tedesco e sloveno. Ha partecipato a rassegne poetiche in Italia e all’estero.

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Da Registro dei fragili (inedito)

di Fabiano Alborghetti

Canto VI

Metteva il figlio in fondo al dire con l’orgoglio
del buon seme messo bene nella donna e ne vantava in ampi gesti
con parole da rivista da barbiere: figlio forte

ripeteva quando cresce come me deve pensare
e poi gli insegno anche il mestiere. Lo prendeva per le spalle
lo scoteva come merce mentre il figlio gli annuiva

troppo intenso d’emozione per quel ruolo designato…

Canto XXXI
Sei contento di venirci gli diceva fermo in cassa
con la coda della gente per salire sulla giostra
e le spalle gli teneva per non farlo allontanare

mentre attorno le attrazioni, tutti i suoni della fiera.
Non capisco la tua scelta gli chiedeva a mezza voce
il volere roba ferma mentre altro da provare:

guarda invece il tagadà o il vascello della morte
quelle sono cose vere non la smorfia dei cavalli, non la musica da donna
ma il brivido del vuoto. Indicava l’orizzonte, gli mostrava

il thunderbird insistendo che da uomo certe cose sono meglio
non le giostre da donnette e chiedeva vuoi che andiamo?
Il bambino non diceva ma scoteva un po’ la testa

ricordava l’anno addietro perché c’era già salito
e quel vuoto nella pancia quella forza che ti svuota
mentre tutto attorno cambia e non sai dove aggrappare
mentre il vuoto va aumentando e continua l’oscillare

mentre l’aria va mancando e iniziava a vomitare
e suo padre che gridava, lo portava ai gabinetti
per lavare la vergogna, rimpiangendo un figlio uomo…


Canto VIII

Il collier con l’orecchino, col brillante da un carato
gli pareva un bel regalo, un valore dell’amore ripeteva
mentre in cassa il totale era battuto e pagava con la carta

come a dire che l’amore non ha prezzo né confini
e guardava la commessa coi capelli fatti a coda
ricercandole lo sguardo, sorridendo come a dire

le capisco certe cose, aspettano un suo segnale…


Canto III

Occorre l’ordine al vestire, occorre la coerenza
per l’inganno. Cosi ripeteva mentre a mani lisce tutto il bordo
della giacca a risalire, i risvolti, la camicia intonsa attorno al collo

troppo stretta eppure esatta per l’immagine allo specchio.
Un ampio gesto, un ritocco anche ai capelli
già perfetti nell’assetto e tutto il resto: perfezione ripeteva

offrirsi certi cime il volto di quell’uomo imparato alla tivù.
Sono meglio a ben vedere, anche più vero:
guardava gli occhi nel riflesso, l’adesione

dell’immagine per il verso che voleva…
Anche la pelle era esatta nel colore col il tono preso a tempo
nel solarium dietro casa. Perfezione ripeteva

e si mostrava sulla porta alla moglie già vestita.
Mano a mano senza dire. Non dicevano mai nulla. Troppo spesso
non trovavano che dire. E non trovava altre cose a ben vedere:

una ragione per restare soprattutto…


Canto XVI
Qualcosa spetta ripeteva, ancora qualcosa e sono felice: ma la donna
a cavalcioni nello sforzo non vedeva, né le mani cingere quei seni
sobbalzare sotto i colpi. Solo lei che le pupille verso il viso rimandava

un solo sguardo gli chiedeva che donasse almeno un senso allo sforzodella carne. Fotti come un animale gli diceva a voce bassa poi veniva
con guaiti aggrappando alle lenzuola. A che pensi domandava appena dopo:

domani parto con mia moglie rispondeva, resto fuori nel week end…

Fabiano Alborghetti nasce a Milano nel 1970, vive a Lugano (CH). Ha pubblicato Verso Buda (LietoColle, 2004) e L’opposta riva (LietoColle, 2006). Quest’ultima silloge è stata composta come una Spoon River dei vivi dopo che l’autore ha vissuto dal 2001 al 2003 con i Clandestini di stanza in Italia. I testi qui presentati appartengono alla raccolta in-progress Registro dei fragili. È drammaturgo teatrale. Collabora con le riviste Le Voci della Luna, Tellusfolio, Adiacenze e con alcune Case Editrici.

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Recensione a G. Sissa, Manuale di insonnia
Nino Aragno editore, Torino 2004

pubblicata in Poesia, XIX, n. 201, gennaio 2006, pp. 58-59.

di Franca Mancinelli

Una «penombra purgatoriale», tra inerzia e sconforto, come nelle domeniche di una «vita un po’ / borghese un po’ delusa», ed il «grigio nulla dei non atti», in cui si gioca l’esistenza un giovane lanciato a tutta velocità con l’auto, costituiscono il fondale e la temperatura emotiva del terzo libro di versi del bolognese Giancarlo Sissa (Manuale di insonnia, Nino Aragno editore, Torino 2004). La vocazione di Sissa è di calibrare un ideale di perfezione formale e di bellezza all’adesione cordiale alla quotidianità: esemplificativo il titolo del volume d’esordio, Laureola ('97). C’è poi il conto aperto con un passato recente (Sissa è della generazione “sopravvissuta” agli anni '80) che soprattutto in quest’ultimo libro trova la determinazione ad essere detto, tra rancore, senso di colpa, disgusto ed indulgenza. Da questo punto di vista il Manuale ha il merito di accantonare certa stilizzazione verso cui può disporre la perizia melodica e un sogno di catarsi dal dolore (di non proseguire insomma nel solco dei testi di L’ottobre che non eri, del primo libro, e di Luce del pensiero del secondo, tecnicamente validi ma non altrettanto efficaci nella resa espressiva e nell’ipotesi di condivisione di un’esperienza). Sicuramente giova l’uscita dalla dinamica io-tu del canzoniere d’amore e io-la poesia del discorso metapoetico, e l’avvicinamento alla storia, ad un io che è sempre noi, che si umilia e indigna con gli altri. Ed in effetti una volta pronunciato questo noi, sin dalla poesia che apre il libro, Abisso («e in silenzio ascolto il nostro male»), Sissa sembra aver trovato il suo orizzonte ideale di riferimento nella cerchia di sodali: bevitori, giocatori di carte, operai e «matti di paese». Vicino a queste esistenze a vario modo sconfitte e residuali, ma non arrese, lo scherno e il risentimento del poeta s’attenuano e incontrano accenti di umana pietà, anche (ed è quello che più conta), nei confronti di sé stesso: «quando mi sveglio è mattino / e non inferno e nella noia / mi alleno, non mi maledico, / pedalo in bicicletta, non freno / la mia voglia d’inverno, ma senza fretta». Quando Sissa attinge per un attimo la gioia creaturale, il suo sentirsi scansato dalla vita, “battuto” e “sfinito” dalla storia, diviene marginalità strategica, e l’avvertire l’«intimo fallimento», la paralisi e la nausea anche morale, non è più esibito e rivendicato ma difeso come condizione di conoscenza e di impura vicinanza all’uomo. Sissa è un poeta che si realizza tanto più quanto non si pensa solo: a dissolverne l’armonia o a disattivarne il verso è quello «scettico sorriso» alimentato di distacco fiero e autodifensivo con il quale a volte si ritrova giudice e castigatore delle debolezze altrui, oppure quella «maledizione / d’urlare la vita» che tra eccessi di disinvoltura e di enfasi lo conduce ad una dizione limacciosa e incline alla rabbia che rima con gabbia. Molto meglio la distanza complice e misurata di chi scende nel brusio quotidiano: la poesia può allora intridersi del tepore dei visi e ripetere il gesto sciamanico dell’educatore che libera la vita dai lacci, sa che «(…) si chiama / imparare quello che dicevi perdonare» ed esercita sé stesso a vegliare insieme al bambino che non mente e che non si scorda d’amare: « - questa notte vorrei sognare / immobile l’aratro della morte / non avere conosciuto vino mai / o diversa sorte, resuscitare / una pianticella di fagioli / seminata da bambino».

Franca Mancinelli (nella foto a UrbinoPoesie con Roberto Galaverni e Alessandro Moscè) è nata a Fano nel 1981. Si è laureata in Lettere Moderne con una tesi sulla poesia di Paolo Volponi. Suoi testi poetici sono usciti in antologie presso Crocetti (Nodo sottile 4), Guaraldi, LietoColle, e in riviste cartacee e on line, tra cui Poesia (n. 203, marzo 2006), il “bollettino” FuoriCasa, «clanDestino». Sta lavorando alla sua prima raccolta poetica, mala kruna, che in croato significa “piccola corona di spine”.

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Su Il culto di San Michele Arcangelo

di AR

Il culto di San Michele Arcanglelo. Santuari fra Salerno e Avellino (Edizioni Gruppo Culturale “F. Guarini”, Montoro Inferiore (AV), II edizione, pp. 144, € 15,00) è un'indagine appassiona che Vincenzo D’Alessio dedica al culto del Santo: è un viaggio storico-archeologico fra grotte, ruderi e santuari che testimoniano di una devozione che risale all’epoca dei Longobardi. Il libro svolge non sola la preziosa funzione di guida illustrata a luoghi davvero unici, ma ha anche il merito di stimolare alla salvaguardia e al recupero di un patrimonio artistico e di luoghi purtroppo spesso trascurati e vandalizzati. Del resto la passioane dell'Autore per la sua terra e il suo profondo senso civico sono evidenti in questa poesia inedita:

"Terra che mi urli dentro / non hai pace cemento hanno / portato dentro le aie / gli asini sono morti di dolore / la terra abbandonata ai costruttori. / Abbiamo lottato ci tremano le mani / abbiamo creduto senza più sperare / hanno ucciso i padri i santi e / vanno fieri in auto fiammanti. / Noi siamo i muli non venduti / affaticati dal viaggio del ritorno / ai figli cediamo pezzi di carta / ai politici parole di sventura. / Siamo soli senza pià carezze / della luna sopra le terrazze / né case né terre volti già marcati / lasciano sale a chi ci ha amato. / Porgi la mano stringila più forte / prima che il guerriero della notte / sfondi il cuore e il sangue vivo / apra l'ultimo solco clandestino." (Montoro, 30 dicembre 2006)

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Codice a barre

di Mattia Pari

Mi sedetti sul divano e scolai la terza bottiglia di birra, la partita era al 37° del secondo tempo, già mi sembrava di sentire le provocazioni dei colleghi all’indomani.
Come si fa a perdere sempre? Mi domandai con retorica senza sapere quale fosse l’interlocutore; la squadra o me stesso.
I tre fischi finali arrivarono dopo un’estenuante partita in cui undici perdenti milionari abbattuti stentavano a correre alla ricerca del pallone.
Cercavo la loro vittoria per soddisfare le mie sconfitte.
Pensai a quei calciatori alle loro fortune, al fatto che probabilmente quell’epilogo calcistico era più importante per me che per loro.
Spensi il televisore al plasma (sette rate da duecento al mese) e mi avviai alla camera da letto. Il prurito non era ancora svanito, quel tatuaggio era apparso con il passare degli anni, sempre più intenso e fastidioso, erano anni che mi perseguitava, continuavo a grattarmi il polso cercando di liberarmene.
Il pensiero che, quando mi sarei svegliato, il nuovo giorno sarebbe stato identico al precedente, mi logorava.
Quel maledetto prurito non voleva andarsene. Decisi di risolvere una volta per tutte quel tormento, mi alzai dal letto e corsi in bagno con una spugna e il sapone, cominciai a sfregare.
L’affitto!!! Mi ero completamente dimenticato dell’affitto! Seicento al mese per questo buco, quella vecchia ladra… sfregai più forte, non ottenni risultato.
Forse era meglio utilizzare una spugna più ruvida; iniziai a fare i calcoli, seicento l’affitto, duecento il plasma, trecento la macchina… mille e cento, poi c’erano luce, acqua, gas e cibo niente, questo mese non ci stavo, non sarei mai riuscito a pagare tutto.
Strofinai più forte. Il mio capo uno stronzo, la paga insufficiente, ma non potevo fare a meno di quel dannato lavoro.
La spugna di ferro! Certo perché non ci avevo pensato prima… ricominciai a grattarmi. Ero stufo della consuetudine, ero stufo di essere sempre l’ultimo, ero stufo persino di essere stufo.
Finalmente il prurito stava scomparendo, il sangue cominciava a coprire la mano, finalmente pace! Strofinai più forte e il codice a barre scomparve.

Mattia Pari, classe 1983, lavora in una azienda del settore credito, è laureando in Scienze Giuridiche e insegna difesa personale da oltre un lustro.

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