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Gianfranco Bertagni. Architetture Utopiche

Il libro

Recensione di Vincenzo D'Alessio

Nata da famiglia contadina il 19 aprile 1961, a Conventello, un paese della campagna ravennate, Natascia Ancarani ha studiato filosofia a Pavia, laureandosi con una tesi sul pensiero di S. Freud e M. Klein. Ha collaborato con un saggio al volume Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza, Edizioni dell’Arco, Milano, 1993. Alcuni racconti sono stati segnalati o premiati a concorsi letterari (Concorso Città di Salò, Voci di donne – Savona) e sono comparsi in antologie collettive. Attualmente risiede a Pavia e insegna lettere nelle scuole superiori.

Intervista a Natascia Ancarani autrice de

Il Palazzo della Reppubblica e altri racconti


Perché scrivere racconti oggi? Per lanciare un messaggio, per fornire uno svago alternativo?

Molti libri che ho letto mi hanno cambiato, hanno moltiplicato i mondi in cui vivevo, ho viaggiato nel tempo e nello spazio, ho conosciuto modi di pensare prima inimmaginabili, nuove prospettive per ri-comprendermi. Scrivo per comunicare un’esperienza, come uno straniero che arriva da un mondo sconosciuto e racconta il suo viaggio a chi lo vuole ascoltare.

Come ti sei avvicinata alla scrittura e quali sono state le letture fondamentali, quelle che poi ti hanno spinto a scrivere in prima persona?

Non ho iniziato a raccontare frequentando libri e scrittori. Può suonare strano eppure ho imparato a raccontare dai contadini. Ho trascorso con loro l’infanzia e l’adolescenza, anni decisivi per l’evoluzione di una persona. Il lavoro dei campi ha tempi vuoti: i giorni di pioggia, i lunghi inverni. Non dovrebbe stupire che i contadini, un tempo privi di “svaghi alternativi”, fossero anche degli abili narratori. Molte delle loro storie raccontavano, come fosse ancora un’ossessione, della II Guerra Mondiale, ma c’erano generi per ogni gusto: racconti cimiteriali, fiabe e favole, storielle edificanti con sentenza finale. La letteratura del dopoguerra è certamente la più vicina alla tradizione orale da cui provengo. In quegli anni, come ha scritto Calvino, c’era una “elementare universalità dei contenuti”, il più anonimo narratore e gli scrittori che pubblicavano raccontavano una stessa esperienza collettiva. Alcune delle mie letture più importanti appartengono a quel periodo: La luna e i falò di Pavese, Uomini e No di Vittorini, Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, e idealmente Una questione privata di Fenoglio, scritta anni dopo. Ma ancor di più questi autori mi hanno insegnato che la fedeltà all’oggetto, all’esperienza che si vuole raccontare, deve coniugarsi alla sperimentazione delle forme e dei linguaggi. Come scrive Calvino: “Mai si videro formalisti così accaniti come quei contenutisti che eravamo.”

E a proposito del tuo stile e della tua poetica, come ti vedi e come pensi di essere vista?

Quando ho iniziato a scrivere, il mio stile era barocco e ridondante, qualcosa di simile alle descrizioni della prosa dannunziana. Ho letto con piacere, nella valutazione della commissione, che il mio stile sarebbe ora “asciutto e sobrio”. Significa che in questi anni di tentativi ho lavorato bene, ho cioè modificato il mio stile nella direzione che volevo. Il mio modello, irraggiungibile, è Cesare Pavese. Faccio un solo esempio, perfetto, da La luna e i falò: “Era andata da una levatrice di Costignole e s’era fatta ripulire. Non disse niente a nessuno. Si seppe poi due giorni dopo dov’era stata perché le rimase in tasca il biglietto del treno. Tornò con gli occhi cerchiati e con la faccia di una morta – si mise a letto e lo riempì di sangue. Morì senza dire una parola né al prete né agli altri, chiamava soltanto 'papà' a voce bassa.”

Cosa puoi dire di te a chi sta leggendo questa intervista? Chi sei come persona e come scrittrice?

Credo di essere stata, sia come persona che come scrittrice, insopportabilmente seria, prolissa e pesante. Non so dire come sono ora, non ho ancora la distanza necessaria, ma certamente mi muovo con tutte le mie forze verso la leggerezza, l’autoironia e l’essenzialità.

Per chi pensi la tua narrativa possa essere particolarmente interessante? Hai in mente un lettore tipo?

Non ho mai pensato, scrivendo, a chi mi avrebbe letto. Quando scrivo sono occupata solo dall’oggetto che vedo, dalle parole che lo manifestano. Non so come sia per altri, per me la scrittura è simile a un lavoro di traduzione: da un linguaggio visivo/intuitivo, a un linguaggio concettuale. Finito un racconto, misuro sempre lo scarto fra le parole e le immagini da cui sono partita. Forse il mio lettore ideale è un lettore pieno di immaginazione, capace di abbandonarsi al potere evocativo delle parole, di saltare oltre il peso dei significati, per ricreare una nuova visione, che sarà al tempo stesso mia e sua.

(Fara Editore, dicembre 2006)

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