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Scheda:

Bruno Bandini
I linguaggi della critica

Ontologia o genealogia?

Ontologia o genealogia? Permanenza dell'arte e
specularita' della critica, oppure ricostruzione basculante
che comprende l'"antico" in virtu' di quanto si modifica nel presente? Aderenza di critica e qualita' letteraria o critica come costruzione - storicamente definita - della storia dell'arte che riverbera nel presente?

Queste alternative riassumono le diverse prospettive dei padri fondatori della critica italiana. Non che la divaricazione sia del tutto incomponibile, ma indubbiamente siamo di fronte a due modi distinti di intendere la funzione della critica, la sua relazione con la contemporaneita', la stessa valutazione di quello che appare il veicolo privilegiato per comprendere, per conferire razionalita', all'evolversi e al differenziarsi delle esperienze visive: lo storicismo.

A questo dilemma metodologico se ne aggiunge un altro destinato ad influire profondamente sulla riflessione critica, almeno fino a buona parte degli anni Cinquanta. Chi nel 1944 avesse voluto fare un censimento o un bilancio dell'arte italiana non avrebbe certamente trovato molti
nomi nuovi ne' opere innovatrici, tuttavia avrebbe trovato impostata nell'Italia settentrionale la questione del "realismo", con alcuni scritti critici e programmatici
pubblicati nel 1946, ma, almeno in parte, redatti e diffusi manoscritti gia' qualche anno prima.

Nel 1946, infatti, sulla rivista milanese "Il 45", diretta da Raffaele De Grada, compare il "saggio sul realismo" di Mario De Micheli, con il titolo Realismo e poesia; nello stesso anno, su "Numero", un gruppo di artisti firma il Manifesto del realismo, altrimenti nominato Oltre Guernica.

Ci si chiede, con insistita perseveranza, come debba essere l'arte, che segno, o che cifra debba avere, in questa fase storica; quali debbano essere i suoi contenuti, a quale tradizione debba ispirarsi; a chi vada rivolta. In sostanza, quale dovra' essere la sua qualita' "sociale". Quello che i critici legati al "realismo" vengono indicando e' la necessita' di ancorare l'arte alla vita, di rendere l'arte impegnata, aderente a quei processi di trasformazione che sono in atto e che si avviano a modificare sensibilmente l'ordine della vita sociale e politica.

Realismo significa allora rigetto dell'accademismo novecentista, opposizione al "formalismo" avanguardista incapace di comprendere le immagini della storia, superamento dell'intimismo e dell'indifferenza, della retorica arcaicizzante capace solo di rendere stucchevoli ed agiografiche le forme che le arti visive cercano di ricreare.
In nome del "realismo" l'arte si avvia a divenire un'esperienza autentica, forte, in grado di storicizzare la realta', intrattenendo con essa una relazione non estrinseca. L'opera d'arte che accoglie i canoni del "realismo" non e' piu' un corollario che invera la
dimensione ontologica ed estetica, bensi' un evento, un'epifania irriducibile alla storia che l'ha preceduta, un fattore di conoscenza e di rottura, di discontinuita', di differenza.

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